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ultimo aggiornamento 11/10/2018

Ricordo di mio padre: Gaetano parla di Achille Campanile

In attesa della conferenza stampa di sabato, riproponiamo questo contributo di Gaetano Campanile rilasciato a Barbara Anglani in "Giri di parole"

Ufficio Stampa



Achille e Gaetano a Venezia

Cara Barbara,
è passata più di qualche settimana da quando ti promisi due righe su papà, ma scrivere una lettera, per noi Campanile, non è mai stato cosa da poco. Ricordo che mio padre era sempre attento alla necessità di rispondere celermente alle missive d'ammiratori o d'improvvisati autori che chiedevano pareri, di lettori che davano consigli, o di altri indignati per aver letto un suo articolo o un suo romanzo. Così le riponeva in scatole all'uopo preposte, poi per qualche giorno andava ripetendo che doveva rispondere a Caio o ringraziare Tizio e finalmente, passata una o due settimane al massimo, le dimenticava... Nel confusionario archivio che hai consultato, in un armadio, un po' nascoste, ci sono ancora quelle lettere, alcune datate addirittura 1923, ancora conservate nelle scatole sulle quali campeggia a gran caratteri la qualifica di "URGENTISSIME DA EVADERE". A te è andata meglio, anche se nell'era del computer e d'lnternet attendere una risposta qualche settimana equivale ad attenderla per l'eternità. Chi sa come avrebbe vissuto l'era del computer mio padre, lui che già utilizzava il "taglia" e "incolla" quando riordinava i propri lavori. Sì, quando li ordinava, perchè quando sedeva alla sua scrivania aveva già tutto scritto. Ovunque si trovasse quando gli veniva un' idea la scriveva utilizzando ciò che aveva a portata di mano: foglietti di carta velina o buste per lettera aperte in tutti i lati, rivoltate e utilizzate all'interno; biglietti del tram e perfino foglietti dove precedentemente aveva disegnato qualche suo personaggio. Così allargava i suoi foglietti sulla scrivania aumentando, per quanto fosse possibile, la confusione, prendeva le lunghe forbici, la coccoina in va setto col pennellino, e cominciava a tagliare ed incollare, ogni tanto scriveva qualche frase per legare i periodi e faceva alcune aggiunte. Terminato il collage, radunava le carte e chiamava mamma, la dattilografa che ha ispirato La caduta del ragno, che trascriveva a macchina. Nel '56 era in arrivo, a detta di lui, il suo vero capolavoro. Ci teneva che nascessi romano, ma il suo lavoro si svolgeva a Milano. Così facevamo la spola con Roma, dove stavano organizzando l'appartamento. Stanco dell'incomoda posizione e degli sballottamenti dovuti ai fondi sconnessi delle strade consolari che si percorrevano durante i viaggi, decisi di venir al mondo con qualche giorno d'anticipo, cogliendo impreparata la famiglia. La notte in cui cominciò la grande nevicata del '56 commisi il mio primo errore di gioventù: nacqui milanese. Ormai venuto meno il motivo, rinunciò a trasferirsi nella Capitale. Abitavamo a piazza della Repubblica in appartamento al decimo piano; io che camminavo da poco, riuscii, non visto, ad arrampicarmi sulla sua scrivania, m'impossessai di alcuni foglietti di carta velina colorata e andai a gettarli dalla finestra. Leggeri si allontanarono prendendo direzioni diverse, ma non erano carta di poco conto, erano un articolo che doveva essere consegnato in redazione da lì a poco. Quando se ne accorsero, mia madre, che era la severa di casa, mi redarguì ma papà intervenne asserendo che in fondo avevo dimostrato uno spiccato senso critico. Passammo qualche anno tra nebbia ed estati afose, poi, l'amore per Roma 10 convinse a traslocare. Ricordo i facchini che impacchettavano, smontavano armadi e imballavano, chiudevano casse e portavano in strada la mobilia; quando fu portato giù tutto, papà, che stava scrivendo, scese, si accomodò nella sua poltrona posta al centro del marciapiede e continuò il suo lavoro per strada tra 10 stupore dei passanti e dei facchini. Da Roma poi ci trasferimmo in campagna a Velletri, in un casolare contadino ristrutturato in parte, senza corrente elettrica e senza telefono. Passammo così l'estate mentre i muratori lavoravano per completare la ristrutturazione. Era per tutti un paradiso. Avevamo tutt'intorno una vigna rigogliosa, carica di uva quasi matura e alberi coloratissimi dai tanti frutti che portavano. 10 scorrazzavo con il motorino appena regalatomi, mamma si occupava dell'orto e papà, serafico, si riposava prendendo appunti. Avevamo anche una gallina che veniva a deporre l'uovo sul davanzale della cucina. Poi si dice cervello di gallina... Quella era perfettamente conscia della fine riservata alla sua progenie. L 'inverno ci trovò con i lavori non ancora terminati ma l'estate successiva era tutto pronto e potemmo finalmente riospitare le mie cugine, orfane di madre, che già stavano con noi da Milano, e in più altre due sorelle anch'esse orfane le quali normalmente erano ospitate in un collegio di Velletri. La casa si popolò, inoltre, di miei amici con i quali strimpellavamo quasi tutto il giorno con strumenti elettronici, incoraggiati da papà che vedeva positivamente ogni mia iniziativa. Poi c'erano gli amici di mio padre con le loro famiglie e i nuovi vicini e i parenti: zia Anna, la sorella di papà e i suoi figli, anch'essi miei cugini ma a loro volta già con figli, insomma un porto di mare. Mamma cucinava bibliche pastasciutte per tutti e papà, molto soddisfatto, nonostante tanta confusione riusciva egualmente a scrivere. Ora avevamo la corrente elettrica e il telefono, la vigna non c'era più perchè farcela lavorare costava talmente tanto che, diceva papà, ci sarebbe convenuto pasteggiare a champagne, la frutta si comperava al mercato e l'orto, coltivatoci da altri, era l'unico superstite della nostra epopea contadina. Papà, taciturno come sempre, amava essere contornato dalla vivacità dei giovani che ascoltava e osservava con piacere. Osservare e ascoltare era il suo modo di trarre spunti dal quotidiano. Sai, quel figlio naturale o legittimo de l'acqua minerale sono io, la dattilografa pasticciona era mamma come era Teresa alla quale piace fare affari e per questo compera una portaerei d'occasione. Non si stancò mai di scrivere. Scrisse fino all'ultimo con quel modo disordinato di farlo nella sua quasi indecifrabile grafia, ma si era così impratichito nell' arte del riordino degli appunti, che i pezzi per il giornale li organizzava mentre li dettava al telefono ad una dattilografa della redazione. Non contento dell'incredibile confusione, nell'attesa tra una frase e l' atra, disegnava sugli stessi foglietti, profili a nasi sovrapposti tracciati senza staccare dal foglio l'inseparabile mozzicone di lapis che teneva nella tasca dei pantaloni. Lo ricordo sempre sereno e soddisfatto con quella bella barba da patriarca che si lasciò crescere perchè glielo consigliai io. Voglio concludere questa mia con una notizia poco nota. La vera vocazione di mio padre era quella di essere autore drammatico, ovviamente non è vero, ma è vero che quando cominciò il liceo, il suo professore di lettere gli disse che aveva sentito parlare di lui dai colleghi che insegnavano al ginnasio. Parlavano bene dei suoi scritti, ma erano troppo lacrimevoli... Così per ripicca scrisse la sua prima scenetta umoristica: Rosmunda. Grazie professore!
Ciao.
 
Tratto da "Giri di parole. Le Italie del giornalista Achille Campanile (1922-1948)", Manni, 2000.