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ultimo aggiornamento 15/06/2018

Paolo Di Paolo su Achille Campanile: "Un letterato in piena regola. L'umorismo? Qualcosa di nobilissimo"

Lo scrittore e giornalista Paolo Di Paolo in un'intervista parla di Achille Campanile e della Campaniliana

Rocco Della Corte



Paolo Di Paolo
Lo scrittore Paolo Di Paolo, autore di numerosi romanzi e di diversi racconti per bambini, è una delle voci più autorevoli nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Studioso ed esperto del Novecento, lo scrittore romano ha parlato di Achille Campanile in un'intervista rilasciata proprio per la "Campaniliana 2018". Un incontro, quello fra Di Paolo e Campanile, iniziato nel 1997 e avente come primo interlocutore Indro Montanelli. Da lì una scoperta continua del genio campaniliano, che ha portato Paolo Di Paolo a ribadire la necessità assoluta di valorizzare l'opera dell'umorista conteso tra Velletri e Lariano.

Paolo Di Paolo, oltre quaranta anni dopo Achille Campanile è tornato alla ribalta mediatica con una rassegna nazionale di teatro e letteratura a Velletri, città che l’ha ospitato negli ultimi anni della sua vita in contrada Arcioni ai confini con Lariano. A suo avviso la produzione del prolifico autore laziale, molto vasta e soprattutto ricca per i generi abbracciati, rientra nell’elenco dei titoli marginalizzati dalla storiografia letteraria? In sostanza, si dà il giusto peso a Campanile nel panorama accademico e letterario oppure è necessaria una riscoperta, come per tanti altri scrittori?
Posso confessarti che nel lontano 1997, avevo forse poco più di quindici anni, ho scritto una lettera, al mio interlocutore preferenziale, Indro Montanelli, uno dei giornalisti più importanti del Novecento. Aveva una rubrica sul Corriere della Sera che si chiamava “La stanza di Montanelli” e che ha mantenuto fino a pochi giorni prima della sua morte… Io, ragazzino e aspirante giornalista più che scrittore, avevo posto a Montanelli un tema che nasceva dalla constatazione che la valorizzazione di Achille Campanile fosse davvero molto ristretta. Gli avevo lanciato l’idea di fare una campagna mediatica per riportare all’attenzione Campanile, visto che c’era stata anche una piccola polemica in merito alla sua sepoltura. Ricordo come Montanelli non solo fosse d’accordo sulla questione di rivalorizzare Campanile, ma sottolineava quanto fossero vasti i contesti degli autori negletti, abbandonati dal discorso pubblico e critico. La linea comica tra l’altro in Italia è marginalizzata nonostante sia costitutiva nella gran parte della storia della letteratura italiana. Persino il Decameron può essere considerato in parte afferente alla letteratura comico-ironica. È paradossale che l’unico vero grande umorista del Novecento, Campanile appunto, sia uno scrittore che i lettori amano e hanno ancora nella memoria ma non sia stato fatto un lavoro dalla critica e dall’editoria per rilanciare Campanile. Tutte le iniziative degli ultimi anni devono dissodare un terreno un po’ indurito dall’abbandono.

L’etichetta dell’umorista, che ha in un certo senso indirizzato il sentore comune nei confronti di Campanile, può considerarsi impropria pensando ad opere del calibro di Cantilena all’angolo della strada o In campagna è un’altra cosa, per citare solo due testi nei quali anche la parentesi del sorriso porta con sé una retrospettiva di riflessione amara e un’analisi dell’interiorità dei personaggi e dei luoghi, che hanno uno sfondo quasi poetico, come sottolineato da vari critici?
Quella di umorista può essere considerata un’etichetta sminuente perché oggi è fraintendibile, rischia di farlo ridurre ad autore di testi e scenette ormai neanche più televisive ma da web. La definizione è molto rischiosa: in realtà l’umorismo è qualcosa di nobilissimo. Lo scrittore dal grande umorismo fa uso dell’ironia, di cui Achille Campanile è maestro, e dimostra una sofisticazione dell’intelligenza. Tutto il grosso della sua opera, se ci pensiamo, anche procedendo per sommi capi, è un sapientissimo lavoro sul linguaggio perché l’effetto comico che scatena Campanile arriva smuovendo le possibilità del segno, del suono, del gioco di parole. Quella tensione umoristica è nobilissima ed è vero pure che il rovescio del comico è la malinconia e quindi non si può capire Campanile se lo si pensa solo come uno scrittore che fa ridere. Uno scrittore se fa ridere, e questo è capitato anche a Palazzeschi, ci riesce partendo dall’assunto che il rovescio del comico non è per forza il tragico ma il malinconico. Allora non si può capire lo scrittore umoristico se non si capisce la maschera triste che c’è dietro, insieme a un sentimento della vita che spesso è lacerato, lacerante, il più delle volte cupo e disincantato. Si cerca nell’effetto comico non un riscatto ma un’estensione della tragedia, espressione quest’ultima molto cara a Campanile, che per paradosso produce un effetto comico.

Di Paolo

Achille Campanile è stato sempre uno scrittore di carattere, sin dagli esordi giornalistici esilaranti ricordati da vari aneddoti, che portarono la critica a dividersi tra chi lo considerava un genio e chi invece lo considerava un folle. La sua produzione teatrale è assimilabile, seppur con un apparato allegorico meno elaborato rispetto all’esempio pirandelliano ed un lessico più vicino al popolo, a quella dei grandi nomi del teatro novecentesco, pur con le sue peculiarità e diversità, a livello qualitativo? Come si colloca rispetto a un Pirandello, appunto, o a un De Filippo?
Sicuramente Campanile fa un teatro meno strutturato, da un certo punto di vista eccentrico, che non si può ascrivere all’avanspettacolo o al cabaret pur usando delle funzioni di quel teatro comico e di quel teatro del paradosso. Per far esistere le sue situazioni sceniche non serve necessariamente una struttura complessa. Per questo la scrittura teatrale di Campanile è spiazzante, perché disossata, lavora sull’aspetto comico o sulla giusta posizione di scene che identificano l’effetto voluto. Rispetto alle linee dominanti del teatro italiano del Novecento, da un lato quella pirandelliana più marcata e dall’altro quella dei grandi drammaturghi che nascono in contesti precisi geo-culturali come De Filippo, Achille Campanile è un alieno, fuori misura, fuori regola. Anche la traghettabilità dell’universo di Campanile sulla scena non è così scontata. Ha trovato degli interpreti anche tardivi, e penso a Piera Degli Esposti, straordinaria e una delle migliori: la sua interpretazione funziona perché lei assolve a tutte le funzioni sceniche. Quello campaniliano è un teatro che non ha bisogno di grandi scenografie ma di un ritmo per assolvere al comico e se non trova albergo nel singolo attore rischia di sparire. Letto ad alta voce senza una caricatura ambigua o allusiva rischia di essere disinnescato e banalizzato. Ricordo di aver visto più volte Campanile portato in scena e anche le cose più note come La rivolta delle sette, La quercia del Tasso o L’acqua minerale a me fa ridere ma pensando a come Piera Degli Esposti intensifica il sentimento comico, lavorando sul ritmo, mi rendo conto di come sia totale e assoluta la necessità di avere un attore che riesca a incarnare il tempo comico della letteratura di Campanile.

La rassegna di Velletri è stata pensata, come hanno sempre ribadito gli organizzatori, per ricordare Achille Campanile in maniera dinamica e non con un monumento statico e destinato alla dimenticanza. Secondo lei l’attualità campaniliana, attraversando la sua opera dalla narrativa al teatro, passando per i racconti e i contributi critici, con le divagazioni su usi e costumi piuttosto che le sferzate al mondo dell’editoria, su quali temi risulta più forte?
Achille Campanile aveva di sé la percezione di essere non solo eccentrico rispetto alla letteratura dominante, ma anche isolato nonostante le tante relazioni. Era un uomo letterato nel vero senso della parola, ma credo si sentisse estraneo rispetto a certi rapporti. È evidente che non fosse integrato in una certa cultura dominante e le armi del comico sono proprio quelle del sovversivo e dell’eclettico. Credo che restino vive certe punture di spillo sull’ipocrisia del linguaggio, certe formulazioni attenuative nei confronti delle cose vere della vita o della borghesia. Campanile mette la dinamite sotto la quotidianità e dietro la maschera della quotidianità c’è sempre qualcosa di torvo, di truce. Il fatto che lui lo riveli nei decenni che ha attraversato non toglie niente all’attualità di certe convenzioni nelle relazioni umane che effettivamente nel momento in cui si fanno esplodere, a livello letterario, si rivelano attualissime. La sua comicità impressiona, raffigura la risata, è distensiva ma dietro c’è qualcosa di più occhiuto, di più severo, di più indagatore e accusatore rispetto a quanto non appaia nel gioco di parole.