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ultimo aggiornamento 29/03/2018

Napoli? «Non trovo nulla che le somigli». La dichiarazione di amore di Achille Campanile all’ombra del Vesuvio

Articolo pubblicato sulla rivista "Informazione Campania"

Rocco Della Corte



In un mondo severo, dalla politica alla letteratura, l’unica via d’uscita è quella di rompere le convenzioni: «Nell’Italia di allora […] i vecchi tenevano ancora in campo, con baffoni, collettoni, bombette, pagliette. I costumi da bagno arrivavano ancora al ginocchio. C’era una letteratura piena di punti esclamativi». Non una semplice constatazione intorno a stile e punteggiatura, ma la base concettuale dei primi successi dal sapore campano di Achille Campanile. Un romanzo in particolare, Ma che cosa è questo amore?, datato 1923 riporta precise ispirazioni partenopee. Campanile, di origini campane, dichiara in prima persona di aver scritto qualcosa di serio prendendo spunto da incontri avvenuti in treno e da vicissitudini accadute tra Napoli, Posillipo e Capri. Una gestazione narrativa, quella condotta dal ventiquattrenne scrittore, finita con una folgorazione: una volta intuito quale potesse essere il titolo, Campanile torna a Capri e riprende a scrivere in terza persona. Il legame tra l’autore romano e la Campania è stato fortificato da numerose affermazioni di Campanile: una su tutte, «Napoli è la mia nostalgia», certifica un attaccamento al territorio che non ha radici solo nelle origini paterne (nato proprio a Napoli nel 1868). In molta della letteratura campaniliana ci sono sprazzi napoletani. Oltre al già citato Ma che cos’è quest’amore, in Se la luna mi porta fortuna la “sventurata città” dipinta dallo scrittore, fatta di balconi e finestre aperte, è proprio Napoli. «Città celebre! Ancora qualche vecchio signore sdegnoso ti percorre all’ora della passeggiata, guidando, con mani guantate, un antico equipaggio, tra il caos, il puzzo, e il fracasso delle automobili. Città di calamaretti e triglie, pizze, vermicelli e frutti di mare, tutto in te ride alla superficie e tutto ti dice Napoli, ti grida Napoli, ti canta Napoli sei sempre tu»: un pezzo tipicamente campaniliano, in cui si alterna l’acuto osservatore del reale, il giocatore di prestigio tra istantanee elencate e suggestioni sottese, la lente d’ingrandimento posta sulle tipicità marittime e i crudi scorci dei sobborghi più disgraziati, gli stessi di Anna Maria Ortese e del suo Mare non bagna Napoli. Questo è Achille Campanile, che passa dal riso soggettivo a quello oggettivo – altresì detto umorismo – con un’autentica dichiarazione d’amore per una città dell’immaginario biografico e letterario autoriale. La nostalgia si placa con la fantasia: non potrebbe essere altrimenti per uno scrittore tanto prolifico, che quando per lavoro segue il Giro d’Italia immaginando il bizzarro personaggio di Battista (sorte, quella del redattore della competizione sportiva, toccata ad altri illustri colleghi come il salernitano Alfonso Gatto e la napoletana d’adozione Ortese, appunto, tanto per restare in Campania), si salva dalla noia e dalla stanchezza dei ritmi incalzanti, forse più di quelli degli stessi ciclisti, pensando a Napoli. La rassegna nazionale di teatro e letteratura “Campaniliana” (www.campaniliana.it), giunta alla sua seconda edizione e in programma a Velletri dal 20 al 28 ottobre 2018, punta proprio a stimolare la fantasia e a riaffermare una cultura umanistica nel segno della scrittura. Il Premio Nazionale Teatrale (partecipazione gratuita e premio di € 1500,00 al miglior testo), la Mostra (che esordì proprio a Napoli) e il convegno serviranno a conoscere o riscoprire Campanile, che a Napoli resta vivo grazie ad un laboratorio di scrittura umoristica fondato dallo scrittore e giornalista Pino Imperatore e che a Velletri è rinato grazie alla sinergia tra l’Associazione Culturale Memoria ‘900 e la Fondazione di Partecipazione Arte & Cultura Città di Velletri. Nel capoluogo campano, intanto, Achille c’è ancora: «Non trovo nulla che le somigli», scrive amaramente Campanile pensando al Maschio Angioino e al porto, tornando in uno dei tanti alberghi frequentati da giornalista girovago e in procinto di riordinare i suoi appunti per l’articolo del giorno dopo sul Giro d’Italia. Siamo negli anni Trenta. Ma chiuse le porte e le finestre, lo scrittore fa conto di essere a Napoli: e i mille colori di Pino Daniele, la città di Pulcinella, dei luoghi comuni e dei grandi artisti, allietano la vita dell’autore fuori dagli schemi, erodendo quelle convenzioni vecchie e obsolete, severe, anche con il pensiero di Mergellina, «il paradiso dei marinari».