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ultimo aggiornamento 28/03/2018

Totò e Achille Campanile: i principi della risata, l’alluvione di Roma e un film “pazzo” che scuote gli anni Trenta

Articolo pubblicato sulla rivista telematica "Art Special Day"

Rocco Della Corte



Totಠin una scena del film
Il principe della risata e l’inventore del cavallo. Antonio De Curtis e Achille Campanile, sull’asse Napoli/Roma, risultano legati e non solo da ragioni prettamente anagrafiche. Con Totò e Campanile, infatti, il mondo del cinema e della letteratura si intrecciano per un sodalizio scoppiettante, tra i più intriganti del Novecento, in un incastro tendente alla perfezione tra la mente e l’interprete. In un raro contributo video Achille Campanile racconta, alla sua maniera, con la consueta voce pacata e bonaria, il professionista Totò, inquadrandolo meticolosamente dal punto di vista critico e recitativo[1]. La loro collaborazione – condita da reciproca stima - trovò il suo sbocco più significativo nel film “Animali Pazzi”, del 1939. Una trama di echi plautini, con il protagonista squattrinato che scopre un suo sosia, blasonato, il barone Tolomeo. Quest’ultimo, se entro due giorni non sposerà la cugina, dovrà arrendersi a cedere la cospicua eredità lasciatagli da suo zio a un ospizio di animali pazzi. Quale migliore occasione, dunque, per mandare il sosia dalla promessa fidanzata, per evitare la bancarotta e la dispersione di danaro? Antonio De Curtis, che interpreta naturalmente e con naturalezza entrambe le parti – quella del sosia e quella dell’originale, e del resto chi potrebbe somigliare più a un uomo se non se stesso – alla fine conquista, nella sua versione indigente, il cuore della donna, che scoperto l’inganno decide di convolare a nozze con Totò-sosia, ripudiando Totò-Tolomeo. A parte i giochi di parole (dal “sonnifero” al “suonifero”, che non addormenta ma costringe a cantare[2]), il film ebbe un’accoglienza controversa: alcuni lo osannarono, altri lo ripudiarono, come Ennio Flaiano che stronca proprio l’interpretazione di Totò definendola «solita», a imputare una mancanza di originalità che di riflesso coinvolge lo stesso autore del soggetto[3]. Achille Campanile, infatti, vive spesso nella bipartizione del suo pubblico tra estimatori e contestatori. La regia di Bragaglia non gli risparmia neanche stavolta le sferzate degli stroncatori: “Animali pazzi” viene bollato come un fallimento perché il surrealismo campaniliano, che in letteratura riesce alla perfezione - pur affermandosi con qualche difficoltà di più rispetto alle trame dei romanzi canonici - non dà lo stesso effetto nel cinema. Alla fine degli anni Trenta il binomio Totò-Campanile sembra avere delle aspettative ben più alte dell’effettiva riuscita. Sulle colonne dei giornali si parla di un film muto, il principe De Curtis è oltraggiosamente comparato ad una marionetta, Campanile con il suo soggetto e la sua collaborazione alla sceneggiatura è artefice di un tentativo esasperato e obsoleto di costruire un personaggio destinato al fallimento. Filippo Sacchi, recensendo la pellicola sul «Corriere della Sera», è più partigiano: condanna Totò e salva Campanile[4]. L’attore, infatti, a suo avviso ha ripresentato tutti i propri limiti in una «acidula e marionettistica buffoneria». Viceversa, Achille Campanile è assolto perché con il suo testo ha regalato «un matto spunto farsesco», «dando libero spazio alla fantasia» e «intessuto una girandola di umoristiche trovate». Seppur lontani da quel perentorio «Umorista sarà lei!», il genere trasmigrato dal romanzo e dal racconto al cinema sembra avere come capro espiatorio della non riuscita chi ha recitato e chi ha curato la regia, non chi ha scritto.

Campanile sul set di 'Animali Pazzi'
Ma non si era tenuto conto della spartana attrezzatura con cui cast e addetti ai lavoro lavorarono, privi persino di trucchi e di qualsiasi effetto speciale. Come sovente accade, tuttavia, la riscoperta arriva, e tardi. Nel 1970, in una rassegna dedicata a Totò – scomparso tre anni prima, con una morte improvvisa «preparata da sempre», per citare Mario Soldati che tra l’altro rimanda all’umanità del principe (gli ricorda quella descritta da Achille Campanile «all’inizio di uno stupendo e assurdamente dimenticato romanzo giovanile»[5]) - si decide di proiettare il film, ritenuto significativo, e addirittura sembra che sia andato perduto[6]. Dopo lunghe ricerche riemerge, anche se rovinato, e resta tutt’oggi in copia unica come una specie di talismano, di oggetto di prezioso antiquariato, pressoché impossibile da restaurare. A ritroso nel tempo, Achille Campanile era ben consapevole del progetto cinematografico condotto e dell’ambiziosa aspirazione dello stesso. «La trama del mio film era articolata sulle vicende di un cavallo che impazzisce, ragion per la quale bisogna ricoverarlo immediatamente in un manicomio veterinario, dove naturalmente, ne succedono di tutti i colori.  Totò – continua Campanile - interpretava il duplice ruolo di due sosia e se la cavava egregiamente, malgrado, per ragioni di contenimento dei prezzi, si dovesse ricorrere a pochi trucchi. Era sempre lesto a scattare da una parte all'altra del set e velocissimo a cambiarsi d'abito[7]». Più che di tragedie in due battute, si assiste a una testimonianza di addetto ai lavori in poche battute (e altrettanto esigue, suo malgrado, risorse). A dispetto della marionettistica buffoneria, Totò è un attore modello, tutt’altro che svagato, distratto e sorridente come appare dietro la cinepresa. Campanile, infatti, lo ricorda serio, scrupoloso, puntuale. Addirittura sprezzante del pericolo: nei giorni del set di “Animali Pazzi” «vi fu un'alluvione, a Roma, e il Tevere straripò.  Ebbene, Totò, pur di non mancare, affittò una barca e ci raggiunse. Tutti noialtri, soggettista, regista e produttore, capimmo che le grandi qualità comiche e ironiche dell’attore potevano essere sfruttate sullo schermo meglio ancora che sulla scena»[8]. È Campanile ad essere il solito, dissacrante, ribaltatore: afferma infatti l’esatto opposto dei detrattori, capisce che il principe De Curtis del 1939 è tutt’altro che un personaggio mediatico destinato a sparire. Così il duetto Campanile-Totò, che Achille non dimenticherà mai, continua a risultare uno dei più interessanti della storia del cinema e della letteratura italiana, forse perché i due attori – della vita, in questo caso, e non della sceneggiatura – abbinati erano dei veri animali, nel senso buono del termine, o sarebbe forse meglio dire “mostri” dei rispettivi ambiti di competenza. Se il film, che oggi è facile apprezzare, risultò indigesto lo si deve con tutta probabilità al complesso surrealismo campaniliano, un nonsense rude e nostalgico, ancor più ostile nella sua traduzione filmica: ma come tutte le cose difficili il tempo, galantuomo, ha suggerito nuove letture e più consoni approcci a questo particolare tassello del cinema italiano novecentesco. La Campaniliana 2018, in programma a Velletri dal 20 al 28 ottobre, con la sua seconda edizione conferma il rinnovato interesse nei confronti dello scrittore e sceneggiatore romano, che nella sua campagna ha trovato un fulcro di iniziative volte a contribuire, anno dopo anno, alla sua globale riscoperta.
 

La Stampa 13 aprile 1939

[1] Il video è contenuto in una puntata de Il pianeta Totò, documentario in quindici puntate curato dal giornalista e biografo Giancarlo Governi, che propone vari estratti dalle serie televisive prodotte dalla RAI. Da questa esperienza televisiva è nato l’omonimo libro (G. GOVERNI, Il pianeta Totò. Ammesso e non concesso, Roma, Gremese, 1992).
[2] In una scena del film, un errore di prescrizione genera l’equivoco per cui Totò, assunto il “suonifero”, non solo non si addormenta ma canta a squarciagola, creando una situazione esilarante.
[3] La stroncatura di Flaiano, apparsa sulla rivista «Oggi» (XIII), è datata 26 agosto 1939.
[4]  Filippo Sacchi utilizza queste parole in recensione al film su «Il corriere della sera» del 18 aprile 1939.
[5] M.SOLDATI, Cinematografo. Racconti, ritratti, poesie, polemiche (a cura di D. SCARPA), Sellerio, Palermo, 2006, p. 403. Il romanzo giovanile potrebbe essere Ma cosa è questo amore? edito da Corbaccio nel 1927. Secondo il curatore, Scarpa, potrebbe invece trattarsi di Benigno. La città dei vecchi (edito postumo nel 1981). La questione è aperta.
[6] Per riferimenti e approfondimenti: A. ANILE, Il cinema di Totò, 1930/1945, Le Mani, Genova, 1997.
[7] La testimonianza e le dichiarazioni di Campanile sono contenute nei passi dedicati ad “Animali pazzi” in F. FALDINI, G. FORI, Totò, l'uomo e la maschera, Feltrinelli, Milano, 1977.
[8] Ibidem.