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ultimo aggiornamento 12/08/2020

Italo Moscati e il teatro fra rinnovamento e attualizzazione: “Campanile è per il pubblico che ama la parola brillante”

Intervista a cura di Rocco Della Corte




Italo Moscati ha l’arte nel DNA: scrittore, sceneggiatore, regista, critico televisivo, critico teatrale e critico cinematografico italiano. Il suo curriculum professionale parla da sé. Giornalista professionista, ha ideato e realizzato in RAI "Tema" "Epoca" "Tempo" "C'era una volta la tv". Nel 1996 diventa vicedirettore di Rai Educational per l'ideazione di programmi. In seguito intraprende la carriera da insegnante di storia all'Accademia dell'arte e del costume di Roma, oltre a gestire corsi sullo spettacolo e sui mass media in tante università italiane e all'estero. Profondo conoscitore di Achille Campanile, lo ha contestualizzato ottimamente nel più generale quadro di analisi dello spettacolo e del teatro italiano. Un mondo che ha bisogno di un cambiamento.

Italo Moscati, una prima vasta domanda sulla sua attività professionale. Lei ha segnato la storia del mondo dello spettacolo e della cultura italiana, fra programmi, pubblicazioni, eventi. Come sta oggi la cultura?

Non sta tanto bene. Ci sono questioni legate ai mutamenti internazionali, la televisione non è quella che era prima, così come cinema e teatro. Se si tiene conto della trasformazione dei luoghi e degli ambienti in cui spettacolo e cultura rappresentavano e conquistavano il pubblico, adesso si vede una crisi aggravata dal contesto. Siamo in una pausa di riflessione, posso dire che presto è auspicabile un cambiamento di cui c’è assoluto bisogno. Il cinema italiano ad esempio deve ritrovare elementi per interessare ed essere all’altezza del passato. Abbiamo avuto negli anni ’50, ’60, ’70 Festival e nuovi giovani, ora ci domandiamo dove siamo. Bisogna ristrutturare tutto, è un processo lento. Lo spettacolo è penalizzato in molti sensi, c’è troppo disorientamento e occorre riprendersi come accaduto in altri momenti trovando idee e persone capaci, dalla politica alla cultura.

La televisione si è ovviamente evoluta offrendo adesso una varietà maggiore di trasmissioni e di format. Quali sono gli aspetti in cui a suo avviso l’evoluzione è coincisa con un progresso anche qualitativo?

La tv cerca sempre di trovare un destino diverso. Quando c’era soltanto la RAI sul mercato ha fatto cose storiche, spesso rievocate, e meritano attenzione. Col tempo però questi lavori invecchiano e si devono rinnovare, seppur non sia semplice. Le televisioni devono cercare di offrire il loro meglio, usando il patrimonio di programmi realizzati insieme all’elemento di novità. Si è praticata una selezione nella competizione tra le reti, ma serve un’energia maggiore. Commemorarsi e ripetere il passato non basta. Le uniche evoluzioni sono nei talk show e nei dibattiti politici.

Veniamo al teatro: crede che oggi questo mezzo di espressione artistica sia più diffuso e riesca ad arrivare ad un pubblico maggiore rispetto al passato?

Il teatro soffre più degli altri mezzi artistici perché in Italia ha avuto una grandissima stagione durata molto, dopo la seconda guerra mondiale, con la fondazione dei teatri stabili nelle principali città. C’è stata una grossa vitalità, pensiamo alla comparsa spontanea dell’avanguardia di Carmelo Bene e dei modelli americani. L’egemonia sul pubblico interessato si è perduta con la scomparsa di nomi come Giorgio Strehler, non sono arrivati registi capaci di riprodurre le proposte che circolavano. L’adattamento, con l’obiettivo di salvaguardare il pubblico e fare cose dal sapore culturale, non è servito perché alle spalle non c’è nulla di forte, inventivo, stabile. La confusione ha fatto il resto. I libri che ho scritto su De Filippo, Ronconi, Strehler non vogliono sostenere tali nomi per partito preso ma per ratificare la parte storica positiva che queste forme di teatro garantivano.

Achille Campanile fu un grande innovatore, portando in scena l’assurdo, il non senso, l’ironia, la sagacia, l’umorismo. A suo tempo fu troppo precursore per essere compreso, vista la divisione di critica e pubblico di fronte ai suoi spettacoli? Se sì, perché?

Sì, ma ci sono dei fatti storici da considerare. Campanile veniva dal tempo trascorso, nato all’alba del Novecento. Ha tenuto per molti anni in piedi un’idea di teatro che ancora nel dopoguerra e negli anni vicino a noi ha ispirato registi e attori, impegnati nel recuperarlo. Un esempio è Antonio Calenda, che ha riproposto parecchie cose come “Centocinquanta la gallina canta” o “Asparagi e l’immortalità dell’anima”. Sono stati riferimenti per un pubblico anziano che aveva piacere di rivederli e per un pubblico giovane interessato al teatro brillante della parola. Il suo teatro era di discussione e divertimento, alla ricerca di formule nuove. In questo filone posso collocare anche Franca Valeri… una donna che ha lavorato con i più grandi, la sua simpatia televisiva, radiofonica e cinematografica è indimenticabile. Non aveva la voglia estrema di imporre con la forza la propria interpretazione, si poneva in punta di piedi. La sua cultura e la sua compostezza erano più forti di tanti comici di successo che hanno resistito meno rispetto a lei. Ha coniugato passato, presente e futuro nella continuità del lavoro. Tornando a Campanile, è un’esigenza ricordarlo. Testi come “L’amore fa fare questo ed altro” offrono un sorriso disimpegnato e sereno, limitato nella voglia di sfidare l’opinione pubblica perché il linguaggio di quel teatro era sintesi di tanti aspetti, dal ridicolo al gioco paradossale. Strehler riscoprì Goldoni, De Filippo lo fece con Napoli: nel nostro Novecento la sopravvivenza è stata affidata ai grandi, come Campanile e questi altri...

Alcune delle opere campaniliane sono fulminanti per la loro immediatezza. Pensiamo alle “Tragedie in due battute”: lo stesso titolo non fa chiarezza sul genere teatrale, lei come classifica una simile produzione per il palcoscenico?

Più che classificarla, occorre trovare il sistema di rivitalizzare questa produzione. C’è sempre spazio per un teatro umoristico, a patto che ci siano interpreti e testi capaci di ripristinare i personaggi e le situazioni di Campanile. Servono spirito e iniziativa, facendo attenzione a quello che offre la società odierna. Quello campaniliano è stato un teatro che non deve uscire dalla sua dimensione capace di provocare e assistere, con lampi di genio. Ho l’impressione che questo lavoro sia rallentato dall’assenza delle scuole di teatro. Una visione d’insieme può aiutare.

Il rapporto tra gli asparagi e l’immortalità dell’anima: che reazione le provoca, da lettore, questa associazione?

Sorrido di fronte a questa domanda, mi diverte molto. È una boutade, però Campanile non aveva intenzione di fare dello spirito bensì proporre una associazione come quella fra asparagi e immortalità dell’anima che gli serviva a spiegare il paradosso.
 
Una delle distinzioni teoriche che l’Achille Campanile studioso ci ha regalato è quella tra umorismo, soggettivo, e comicità, oggettiva. Come la spiegherebbe e pensa sia ancora attuale?

Mi sembra una definizione interessante ma non vedo un’antitesi tra le due cose. Penso che questa sia una spiegazione plausibile, o ancora una volta una boutade per porre le basi di un dialogo comune. Oggi, invece, siamo in un regno di creatività in cui non ci sono filoni delineati.

Oggi c’è un teatro umoristico puro oppure ci sono comici e cabarettisti che ci si avvicinano?

C’erano delle compagnie teatrali specifiche, ma adesso ci sono principalmente cabarettisti. La situazione non ha aiutato una trasmissione di valori e metodi. C’è un vuoto che non si può riempire con le chiacchiere, bisogna lavorare e conoscere la realtà.

La televisione e il cinema secondo lei possono fare dell’umorismo?

No, si vedono solo spettacoli legati al mondo della musica leggera. Al massimo caricature e imitazioni. Si salvaguarda il rapporto con il passato, come detto, ma il teatro umoristico gioca fuori dallo schema della conservazione perché punta a cercare e resistere, ponendosi come punto di riferimento.

Un accostamento affascinante è quello fra Eduardo e Campanile: il primo con un teatro impegnato e umoristico. Il secondo, in fondo, pure. Quali sono i punti di contatto e quali invece le principali divergenze tra i due autori?


Eduardo è napoletano e ha una profondità che viene dalla sua nascita e dalla tradizione familiare, essendo figlio di commedianti. Campanile, invece, gioca con l’attualità sua. Sono due persone che dovrebbero avere dei sostituti all’altezza della nostra situazione di vita, oggi. Li accomuna la riflessione all’interno del potere, oltre all’inventiva e all’aspirazione.

Secondo lei Campanile oggi è annoverato grazie alle posizioni di Bo, Del Buono, Siciliano e non solo a pieno titolo tra i grandi classici oppure bisogna ancora lottare per il suo inserimento in questo filone critico riconosciuto?

I testi che abbiamo citato, di Campanile, hanno tutti un’impronta d’autore. Se trovassimo persone che rileggendoli potessero essere illuminate per riproporli e in modo da recuperarne la qualità e l’urgenza tematica, insieme alla riflessione da attualizzare, avremmo la risposta. Comicità, divertimento e paradosso servono a ritrovarsi e discutere, tuttavia serve il cervello. A partire da attori e registi.

È possibile, oggi, trarre insegnamento dal linguaggio campaniliano, così preciso, ficcante ed efficace, oppure i tempi impongono una revisione anche dal punto di vista dello scritto e della parola, in teatro come in letteratura?

È possibile. Servirebbero segnali e spazi di recita al servizio del talento. Questa è un’epoca frastornata e solo chi può riflettere con altri sulle soluzioni può uscire fuori.

Qual è l’opera di Campanile che le piacerebbe rivedere in teatro quanto prima?

È un problema… fare un riferimento al passato è complesso. Ho visto sintesi fino agli Novanta molto belle, era un saccheggio di Campanile fatto bene. Le cose non possono essere acqua riscaldata, però, e mi auspico una rilettura senza il gusto del recupero. Quelli di Campanile sono testi come nuovi, con una proposta ‘scandalosa’ e studiata rivedrei volentieri tutte le opere.
 

Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it. Si ringrazia Italo Moscati per la disponibilità e la gentilezza.