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ultimo aggiornamento 05/07/2020

Sebastiano Colla, tra teatro e tv: “Con l’umorismo ti ci devi scontrare, non puoi fartelo arrivare addosso inerme”

Intervista a cura di Rocco Della Corte




Attore, presentatore, doppiatore, speaker e insegnante di recitazione. Sebastiano Colla ha prestato il suo volto a tantissime personaggi sia in teatro che al cinema e in tv. Dalle rappresentazioni per la regia di Marafante, negli anni Novanta, fino alle collaborazioni con Pambieri, un’esperiena a trecentosessanta gradi impreziosita dalla partecipazioni a diverse fiction di successo come “La narcotici”, “Che Dio ci aiuti” e “Il bello delle donne” per menzionarne solamente qualcuna. Nella sua carriera non è mai mancato il lavoro su testi umoristici, e il suo sogno campaniliano è leggere “La quercia del Tasso”.

Sebastiano Colla, lei è salito sul palco da giovanissimo esordendo a teatro. C’è stato un motivo particolare che l’ha spinta a fare della recitazione la sua professione?

La prima volta che sono salito su un palco avevo 13 anni ed era la recita di fine anno scolastico alla scuola Andrea Velletrano di Velletri I professori raggrupparono questi ragazzini per mettere in scena “La Giara” di Pirandello, io interpretavo Don Lolò e l’emozione che ho provato quel giorno è rimasta scolpita nel mio cuore, è stato sicuramente in quel momento mentre il pubblico batteva le mani e noi ci inchinavamo in modo scomposto che ho deciso che non avrei potuto fare a meno di tutto ciò. Sicuramente a casa ho sempre respirato il profumo del teatro: mia madre, Carla Petrella che ora insegna recitazione a Velletri, è stata fondamentale per le mia scelta, è stata lei che mi ha fatto conoscere i grandi attori del passato, con lei guardavo di continuo le commedie dei grandissimi Eduardo De Filippo e Gilberto Gori. Il primo corso di recitazione lo feci proprio insieme a mia madre, era un corso organizzato a Velletri diretto da Alberto Fortuzzi, un grande interprete della commedia dell’arte. Io ero il più piccolo del gruppo, avevo 14 anni, mentre gli altri avevano superato i trenta ed avevano già diverse esperienze di teatro. Ero all’inizio e non conoscevo nulla delle regole del palcoscenico, dell’utilizzo del corpo, del come far uscire la voce, di come muoversi su quelle tavole e questo mi procurava un po' di paura e di ansia. Non riuscivo ad esprimermi per come volevo veramente, ma poi arrivò la magia del teatro che è in grado di sbloccare qualsiasi paura, qualsiasi imbarazzo e qualsiasi inibizione e riuscii finalmente ad essere veramente me stesso. Ed è per questo che oggi faccio l’attore.

Nella sua carriera vi sono diversi film e varie fiction. Quale ricorda con più affetto e perché?

Il film che ricordo con più affetto non può essere che il primo, “Compagna di Viaggio”, con Asia Argento e Michel Piccolì con la regia di Peter Del Monte. Ricordo l’emozione del provino e di quando quella mattina a casa squillò il telefono, i telefoni cellulari erano solo nella fantascienza, tirai su la cornetta ed una voce molto professionale mi disse che ero stato scelto per la parte. Ringraziai con altrettanta professionalità e posai delicatamente la cornetta sul telefono, dopo di che cominciai ad urlare e saltare di gioia per tutta la casa, non vedendo l’ora di raccontarlo a tutti e soprattutto a mia madre a mio padre e a mia zia. Un momento che non potrò mai dimenticare.

Parliamo di umorismo: lei è stato protagonista di diverse rappresentazioni umoristiche. Che differenza c’è fra cabaret e umorismo? Quale delle due forme preferisce?

Sono due forme di teatro molto diverse fra loro. Il cabaret si basa su battute dirette che devono far ridere subito senza lasciare il tempo di pensare, è una forma molto difficile dove servono grandi autori e bravi attori che sanno rendere questa immediatezza. L’umorismo deve far pensare per forza, ci vuole, a mio modesto avviso, un po' più di sforzo per capirlo; è fatto di battute sottili, di giochi di parole, di enigmi, di riferimenti storici e politici, mette a nudo una società in maniera velata proprio per non farla leggere a chiunque. Con l’umorismo ti ci devi scontrare, non puoi fartelo arrivare addosso inerme.

Achille Campanile ha rinnovato il teatro italiano e non solo con le “Tragedie in due battute”. Didascalie, uso sapiente della parola, umorismo sagace e spiazzante… sono caratteri difficili da applicare nella recitazione?

Achille Campanile è stato un genio, ma era anche un grande conoscitore della lingua italiana e questa sua conoscenza lo ha portato a creare delle pagine di teatro rivoluzionarie, di altissimo livello intellettuale e di grandissima attualità. Achille Campanile è stato il maestro dell’umorismo e come ho detto prima per comprendere l’umorismo bisogna fare un piccolo sforzo, ma non solo il pubblico è uno sforzo che deve fare anche l’attore. Prima di recitare un qualsiasi testo di Campanile l’attore deve capirlo in tutte le sue sfumature, deve fare un grande lavoro di lettura, deve tenere la mente ben concentrata e una volta che si è capito bene quello che il nostro Autore vuole dire allora si ride insieme a lui. Ma ricordatevi che capire veramente Campanile è un po' come risolvere un cruciverba…

C’è un’opera di Campanile che non ha mai portato in scena e che le piacerebbe interpretare?

Le commedie scritta da Campanile sono tante, tutte molto divertenti e intelligenti allo stesso tempo. Più che un personaggio mi piacerebbe un giorno recitare “La quercia del Tasso”, un monologo che ha bisogno di grandissima concentrazione, ma allo stesso tempo va recitato con molta naturalezza. Il pubblico non deve assolutamente avvertire le difficoltà che un attore può incontrare cercando di ricordare quel pericoloso intreccio di parole, anche se non è la memoria il vero problema, il problema più grande è riuscire a non perdere il pubblico, a tenerlo incollato a sè riuscendo a fargli capire ogni sfumatura. Per questo che “La quercia del Tasso” rappresenta una sfida per ogni attore ed è per questo che un giorno quando sarò veramente sicuro di ogni virgola la vorrò recitare.

Ci svela i ruoli che le sono rimasti nel cuore fra quelli impersonati in televisione e al teatro?

Non esiste un personaggio che mi è rimasto più nel cuore, ognuno ha rappresentato un ostacolo ed una volta superato l’ostacolo, una volta che il personaggio si è manifestato sulla scena, è rimasto dentro di me. Ognuno ha lasciato un segno, ognuno mi ha permesso di crescere per poterne affrontare un altro.

Campanile ha sempre rigettato l’etichetta di umorista. In fondo ha dimostrato di essere molto di più. Incontrando questo autore nelle sue letture o a teatro, quali tratti della sua produzione l’hanno maggiormente impressionata?

Campanile, come ho già detto, è stato un genio, un uomo che ha saputo rompere gli schemi, che ha spiazzato il pubblico, che ha portato le persone a riflettere. Non voleva solo far ridere, voleva spogliare la società, voleva togliere quella patina che l’uomo continuava ad indossare senza saperlo. E’ chiaro che a lui non interessasse l’etichetta di umorista o di comico, secondo me sentiva il bisogno di aiutare la borghesia a prendersi meno sul serio, voleva smontare tutto ciò che rappresentava il buon costume e le buone maniere che la società imponeva. Più che uno scrittore, più che un umorista, è stato un rivoluzionario.

Le faccio un’ultima domanda fortemente Campaniliana: le donne ci piacciono perché sono meravigliose o sono meravigliose perché ci piacciono? Campanile, in fondo, ha anticipato anche Marzullo…

Le rispondo in maniera marzulliana: le donne ci piacciono perché sono meravigliosamente donne.


Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it. Si ringrazia Sebastiano Colla per la disponibilità e la gentilezza.