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ultimo aggiornamento 16/06/2020

Cosa significa avere soltanto un’ora di vita?

"Amiamoci in fretta"

Rocco Della Corte



Da Gandhi a Seneca, da Neruda a Jim Morrison, in tanti si sono occupati di dare un’interpretazione riguardante il tempo appena precedente l’ignoto. Una filosofia quasi unanime, che abbina il vissuto al non vissuto, esortando a cogliere l’attimo, nel più classico degli inviti al “carpe diem”. Nonostante gli aforismi e le citazioni siano spesso diverse e più approfondite da quanto circola nell’immaginario collettivo, è indubbio che tale scoglio riflessivo si presenti una o più volte nella vita dell’individuo, costretto a fare i conti con la propria precaria dimensione. Achille Campanile, in uno dei suoi romanzi più belli, affronta la questione e lo fa con le sue consuete armi: la pacatezza, la serenità che traspare dalla narrazione, la ferrea logica con un filo di melanconia che non si discosta poi così tanto dall’umorismo più fine. “Amiamoci in fretta”, pubblicato da Mondadori nel 1933, si gioca sul filo dell’equivoco sin dal titolo considerando il contesto storico dell’anno di uscita. “Chi sa di avere un’ora di vita ha possibilità straordinarie. Può fare qualunque cosa. Può togliersi qualunque gusto. Persino rubare, ammazzare. Può compiere un atto eroico. Può rischiare la pelle con una certa tranquillità: nella peggiore delle ipotesi, perderà un’ora di vita”: l’amarezza della consapevolezza non scalfisce la lucidità del ragionamento, che con un pessimismo interiore ben visibile cerca di risollevare l’animo dalla fine imminente, un concetto a cui l’uomo non può (e forse non deve) abituarsi. Il conforto, nella narrazione campaniliana, coincide con una libertà irripetibile dovuta proprio al fatto che non si ripeterà una seconda ultima ora di vita. “Non teme nulla, chi sa di avere un’ora di vita. La condanna all’ergastolo non può che farlo sorridere. Persino la condanna a morte sarebbe per lui una cosa allegra. Certo, chi sa di avere un’ora di vita, in quell’ora ha una grande superiorità su tutti gli altri esseri. Ma non è il caso di fare cose straordinarie. Non serve a nulla”: il secondo passaggio letterario sembra, in un certo senso, portare a compimento la spiegazione, risolvere finalmente l’enigma, distogliere la propria attenzione dalla forsennata ricerca di un senso logico e critico ad ogni atto della nostra esistenza. Pagine serie, quelle di Campanile, pur se collocate in un romanzo che fece scalpore negli ambienti politici in una commistione di realtà e leggenda capace comunque di far sorridere. Si vocifera, infatti, che Mussolini – sempre attento alle novità editoriali, soprattutto per una faccenda di controllo – apprendendo il titolo del romanzo campaniliano disse a Galeazzo Ciano: “No, in fretta no” (riferito ad “Amiamoci”). Erano gli anni della campagna governativa per l’incremento delle nascite, l’operazione demografica pensata da Mussolini e dal Regime per ripopolare l’Italia. Ciano, grande estimatore della letteratura di Campanile, risolse l’incidente diplomatico rispondendo: “Amarsi in fretta è meglio, perché si resta incinta più facilmente quando le cose si fanno di fretta”. Dall’ultima ora di vita, di cui si riflette nel romanzo, alla prima, successiva alla nascita, è un attimo.