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ultimo aggiornamento 15/06/2020

Parola a Marina Massironi: “L’umorismo è una faccenda serissima, Campanile un giocoliere del linguaggio”

Pregiudizi verso l'umorismo, ricordo de "La rivolta delle sette", i tempi dell'ironia: la grande attrice di cinema, tv e teatro racconta...

Intervista a cura di Rocco Della Corte



Marina Massironi (Ph Marina Alessi)
Attrice brillante in tv, cinema e teatro, doppiatrice e cabarettista: Marina Massironi ha il senso dell’umorismo nel DNA. Protagonista di trasmissioni televisive di successo come “Mai dire gol” e “L’ottavo nano”, nonché di film celeberrimi come “Tre uomini e una gamba”, insieme ad Aldo Giovanni e Giacomo con i quali ha lavorato per anni, Marina nel 2000 vince sia il Nastro d'argento, sia il David di Donatello come migliore attrice non protagonista per “Pane e tulipani”. Attivissima soprattutto in teatro, dove ha portato in scena tantissimi spettacoli, ha una conoscenza di Achille Campanile approfondita e di lunga data, con un ricordo particolare dei tempi in cui recitò “La rivolta delle sette”…

Marina Massironi, la sua carriera è costellata di lavori e successi in qualità di attrice di cinema e teatro, doppiatrice, comica e umorista: quando ha compreso che la vena comica e umoristica sarebbe stata un filo conduttore delle sue interpretazioni?

L’ho compreso prima nella vita che professionalmente. Nella mia famiglia l’ironia è sempre stata utilizzata naturalmente come strumento per superare insieme le difficoltà del quotidiano, prendere le distanze dal piangersi addosso e riuscire a mantenere uno sguardo positivo e fiducioso. Quindi l’istinto me lo suggeriva già da piccola. Mi divertivo a intrattenere gli altri, a farli ridere. Alle elementari facevo le imitazioni, al liceo facevo scherzi alla fermata dell’autobus e personaggi comici a radio Emittente Base Commerciale, (nome, diciamo, discutibile), emittente privata che non arrivava nemmeno a casa mia, la diffusione copriva sì e no un chilometro quadrato… Quando ho intrapreso lo studio della recitazione è venuto abbastanza naturale sperimentare in quella direzione. In realtà io mi ero messa in testa di essere un’attrice drammatica, mi sembrava più serio. Ma ora posso dire che non è vero. L’umorismo è una faccenda serissima. E’ solo che è un po’ difficile da spiegare e teorizzare. E spesso viene bullizzata e scambiata per il senso del ridicolo, che è un’altra cosa. Dannati pregiudizi.

Achille Campanile ha proposto nella sua produzione, sia narrativa che teatrale, un umorismo sottile e spiazzante. Un po’ quello che avviene in alcune piece da lei interpretate, come ad esempio “Ma che razza di Otello?”. Qual è la difficoltà maggiore nell’interpretare testi che giocano con la parola per suscitare la risata?

Sicuramente i tempi. Una pausa più o meno lunga può cambiare l’effetto. L’ironia si gioca molto sulla sorpresa. Quello che si instaura col pubblico è un gioco di complicità e di spiazzamenti. Anche la naturalezza ha il suo peso. Se il testo è buono, come nel caso di quello che citavi, che porta la firma di Lia Celi, mente brillante e grandissima umorista, non devi annunciare che stai dicendo quella cosa per far ridere. Sarebbe come per un mago rivelare prima i suoi trucchi.

Ha mai letto o interpretato, anche negli anni della sua formazione, un pezzo di Achille Campanile? Che idea si è fatta di questo autore così particolare e discostato da tutti gli altri maestri di teatro?


Credo che tutti, gli attori brillanti e i cabarettisti da pedana, abbiano messo in scena almeno una volta un testo di Achille Campanile. Io avevo in repertorio “La rivolta delle sette”. Una vera sfida per una giovane attrice. Erano gli anni ottanta e si chiamavano i comici per intrattenere il pubblico praticamente ovunque, anche nelle pizzerie. Ti mettevano davanti al forno a legna, sudavi come una puerpera, e ti esibivi, in competizione con una quattro stagioni. Campanile era uno dei pochissimi autori che tutti avrebbero voluto avere al proprio fianco in esclusiva. Il suo mettere insieme il reale e l’assurdo, la capacità di reinventare le parole, svuotarle del loro significato e utilizzarle nel linguaggio come un giocoliere, di insinuare l’equivoco e poco dopo ingenuamente negarlo, è insieme divertente e molto stimolante.

In occasione di “Pane e tulipani” ha vinto, con merito, il Nastro d'argento e il David di Donatello come migliore attrice non protagonista. Il personaggio di Grazia Reginella come lo descriverebbe?

Grazia è una donna che vive di vibrazioni, ha un approccio istintivo con il mondo e le persone. E’ aperta, accogliente, curiosa, ma anche indifesa. Può sembrare stralunata per la sua poca concretezza, ma è sicuramente molto più viva e libera della maggior parte di noi.

Achille Campanile si è spesso dovuto scontrare con il pregiudizio di certa critica che riteneva l’umorismo (e quindi la sua opera) un genere artistico di secondo livello. Secondo lei nel mondo dello spettacolo odierno c’è ancora questa distinzione e questa concezione oppure si è raggiunta una parità, pur nella naturale diversità dei due termini di confronto?


Come dicevo sopra, ancora esistono i pregiudizi. Nonostante i grandi esempi, ancora senti quella sorta di ghettizzazione. “Non è una roba seria, è per ridere.” La risata è popolare, contagia tutti, e quindi non contempla la stimolazione dell’intelletto. Vero in alcuni casi, falso in generale. Dario Fo scriveva delle farse comicissime, da sbellicarsi dalle risate. E intanto veicolava punti di vista e provocazioni altissime. La tradizione della commedia all’italiana ha sempre voluto metterci di fronte a noi stessi, con acume e anche la giusta dose di cattiveria. Ma quanto abbiamo riso?

Amiamo concludere le interviste proponendo alcune di righe di Achille Campanile e chiedendo di raccontarci, in primo impatto, cosa suscitano. Le proponiamo una celebre deduzione campaniliana: “Non c'è alcun rapporto fra gli asparagi e l'immortalità dell'anima. ... Gli asparagi si mangiano, mentre l'immortalità dell'anima no”. Come commenterebbe, magari di fronte ad una platea di giovani, questa affermazione così canzonatoria?


Risponderei: “Non sono d’accordo mio caro. Ho assaggiato l’immortalità dell’anima e le assicuro che ha un gusto che non stanca mai…E poi sta benissimo con le uova al tegamino, proprio come gli asparagi”.
 


Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it. Si ringrazia Marina Massironi per la disponibilità e la gentilezza. La foto è di Marina Alessi
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