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ultimo aggiornamento 09/06/2020

Intervista a Pino Quartullo, una vita per il teatro: “Achille Campanile ha anticipato tutti”

Recentemente in scena con "Anche gli asparagi hanno un'anima"

Intervista a cura di Rocco Della Corte



Pino Quartullo
Tra i maggiori interpreti del teatro, del cinema e della fiction italiana, Pino Quartullo è un profondo conoscitore di Achille Campanile. Ultimamente è andato in scena con “Anche gli asparagi hanno un’anima”, rimandando al celebre racconto campaniliano. La sua, però, è un’analisi – sollecitata da molte domande – a trecentosessanta gradi sul mondo del teatro e del cinema. Interessante la definizione dell’Achille Campanile serio, quasi drammatico, di alcuni testi e la riflessione sullo stato di salute del teatro umoristico italiano contemporaneo. Dall’infanzia ad oggi, nella vita di Pino Quartullo c’è sempre stato il teatro e la sua chiarezza espositiva intorno ai tanti temi proposti ci dà la cifra della grande competenza di un attore di altissimo livello sia sul piano della recitazione che su quello teorico.

Pino Quartullo, partiamo da un suo spettacolo che rimischia le carte del titolo di un racconto di Campanile: perché “Anche gli asparagi hanno un’anima”?

Sono sempre andato tanto a teatro, è una passione che mi ha colpito dai primi anni di vita, quando ero ancora in braccio a mio nonno venivo portato all’operetta, all’asilo scappavo spesso e mi rifugiavo nel teatrino delle suore e invece di andare alla partita ogni domenica prendevo il treno per andare a Roma a vedere i grandi attori. Ma sono quattro o cinque gli spettacoli che mi hanno folgorato, che hanno cambiato il mio punto di vista sul mondo, che mi hanno illuminato, che mi hanno fatto decidere di dedicare la mia esistenza allo spettacolo, mostrandomi quale gioco fantastico fosse il teatro, come e quanto col teatro si possa sognare, restare bambini e raccontare la vita divertendo con profondità. Tra questi sicuramente annovero uno spettacolo antologico su Campanile creato da Filippo Crivelli, negli anni Settanta. Era una esplosione di novità, parti cantate e recitate fuse magnificamente insieme, genialità drammaturgica assoluta. Testi che irridevano la nostra lingua, cavalcandola come in un luna park, esaltandola al tempo stesso. Facendoci scoprire quanto quello che diciamo sia spesso ipocrita e falso, stupido e velleitario. Negli anni mi è capitato spesso di sperare di mettere in scena Campanile ma, intimorito dal ricordo meraviglioso dello spettacolo di Crivelli, non avevo mai osato. Anche perché per mettere in scena Campanile come avrei voluto io sarebbe stata necessaria una compagnia di attori vasta e numerosa. Poi nel 2019 lavorando nell’ambito di un laboratorio teatrale a Tarquinia, popolato da una trentina di attori di varie età, ho colto l’occasione per fare anche io il mio viaggio in Campanile. Da bravo ex-studente d’architettura ho preparato il mio progetto chiedendo per prima cosa al grande Filippo Crivelli di fornirmi il copione, le musiche, le foto, i ricordi di quella esperienza fantastica. Io stavo recitando vicino Milano, lui venne a vedermi e ci divertimmo molto a rileggere insieme quei testi, che negli anni avevo studiato e continuato ad apprezzare. Ci mettemmo in una sala dell’albergo per un intero pomeriggio, e Filippo è stato gentilissimo, disponibilissimo e molto generoso. Poi mi sono riletto tutto Campanile, tutti i racconti, il suo teatro. E oltre ai testi super famosi, ho scoperto un Campanile inedito, drammatico, doloroso, sempre irrorato da una grande libertà, senza perdere mai di follia, ma struggente e commovente… Tra questi “Solo per l’eternità e bestia”. Si parla dell’anima, di un uomo che muore e nell’aldilà viene giudicato non da Dio, non da alcuni santi preposti, non dal demonio ma da sé stesso da giovane. Vengono riesaminate le promesse non mantenute, le donne ingannate e involontariamente uccise, tutto il male fatto, anche inconsapevolmente. Si può mentire a chiunque ma non a se stessi. E poi “Due vasi d’ortensie”: la storia di un marito fermato in un commissariato, perché ha rubato due vasi di ortensie. Pentito di non aver portato la sua donna in un bar troppo lussuoso, dopo averla salutata per sempre va a rubare quei vasi di ortensie di quel bar, per ricordare il madornale errore commesso per sciocca parsimonia. “Anche gli asparagi hanno un’anima”, dove l’anima di chi non c’è più, accostata al concetto che l’unica anima di cui siamo veramente certi è quella degli asparagi (il gambo degli asparagi che gettiamo è anche detto “anima”), mi è sembrato il titolo più comprensivo e ideogrammatico per uno spettacolo dedicato a questo gigante del Novecento. Ho rimescolato il titolo di un suo meraviglioso racconto “Gli asparagi e l’immortalità dell’anima”.

Il teatro di oggi avrebbe accolto diversamente un innovatore come Campanile, secondo lei?

Difficile dirlo perché tanti e tanto ha influenzato Campanile, nell’umorismo, nel teatro, nella satira. Ha aperto la mente di tutti noi ed è difficile immaginare un mondo contemporaneo e tutto quello che ci piace se non ci fosse stato Campanile. Ha anticipato tutti. Ed è stato un pozzo da cui tanti hanno attinto come autori. Non posso fare nomi. Credo che se Campanile fosse ancora tra noi, avrebbe continuato a stupirci, a prenderci in giro con eleganza ed intelligenza e sarebbe ancora un punto di riferimento.

In un’epoca in cui si assiste ad un progressivo imbarbarimento del linguaggio e ad una diminuita utilizzazione delle molteplici parole che il lessico italiano offre, rappresentare Achille Campanile è un atto di resistenza culturale, non trova?

Assolutamente sì. Per comprovare la modernità e l’originalità di questo autore cito altri due momenti dello spettacolo realizzato con i suoi testi: “La strada degli innamorati e dei suicidi”, dove gli innamorati prima si baciano e poi si uccidono, nel momento in cui le storie finiscono, gettandosi in un dirupo apposito. E il poeticissimo “Ferragosto”, nel quale tutte le statue d’Italia si rianimano e si riuniscono in corteo, per poi scoprire che in tutta Italia non esiste un solo monumento dedicato ad un giornalista.

Qual è il suo pezzo preferito dell’immenso corpus letterario campaniliano?

Oltre i succitati, quello de “Il Moroso”. Un anziano signore nota che in casa tante donne hanno un moroso, e che non si può vivere senza un moroso. Il capocondomino gli indica un inquilino del palazzo, moroso (che non paga le quote condominiali da due anni) e lui, contagiato da questo bisogno collettivo, stringe una relazione con quel signore, appunto moroso. Per amore gli presta dei soldi, e allora questi paga finalmente i suoi debiti condominiali ma improvvisamente diventa non più moroso. Un dramma di irresistibile comicità.

Il teatro umoristico oggi in che stato di salute è?

C’è? Ci sono bravi autori di teatro ma non li definirei umoristici. L’autore teatrale italiano leggero (rappresentato) non raggiunge quasi mai vette geniali. Esiste tanto tanto tanto cabaret, che è figlio degli stand up comedian americani intrisi e reinterpretati in salsa amatriciana. Un innesto che mi piace molto è il teatro di Claudio Gregori (Greg di Lillo &Greg). I commediografi francesi, figli di Feydeau, Courteline e Labiche hanno portato avanti una tradizione di teatro brillante, borghese ma intelligente; una produzione ricchissima. Io da dieci anni porto in scena e recito in commedie francesi.

C’è un interesse maggiore del pubblico verso le cose che fanno ridere, tanto più in una società frenetica e caotica che impone alti ritmi e poco svago mentale alle persone?

Il pubblico teatrale è diversificato, come fossero popoli diversi; c’è il pubblico della prosa borghese che ama testi classici ben messi in scena, i giovani che amano il teatro sperimentale, i melomani che amano l’opera, e poi il pubblico che vuole divertirsi e basta, che va a vedere i musical o i comici, cerca intrattenimento musicale allegro spensierato. Ma quest’ultimo lo definirei pubblico televisivo che vuole vedere dal vivo i suoi beniamini e spesso ignora cosa sia il Teatro, anzi ne prova soggezione e paura.

Come cambia il registro umoristico tra il teatro e la televisione o il cinema? In quale ambito è più difficile fare umorismo?

“Il registro comico” cambia a seconda dei contenitori. In televisione passa di tutto, dalle commedie teatrali registrate per la televisione che vanno da Eduardo a Salemme, la mia amica Barbara e i reality che più cercano di essere romantici e drammatici e più fanno ridere (pensiamo a tutto l’affaire Pamela Prati), le repliche dei varietà di una volta che rimpiangiamo tanto, i passaggi di alcuni attori da cabaret in momenti straordinari tipo Sanremo, e poi i “Made in sud”, “Colorado” e gli “Zelig” che sono puro cabaret in televisione. La televisione ci fa vedere anche i film comici del passato. Quindi in televisione si trova di tutto. Del “registro comico” a teatro ho risposto nelle due precedenti domande... In cinema il limite tra commedia e dramma si è molto sfocato. La commedia all’italiana trova in alcuni autori contemporanei interessantissime variazioni (da Virzì a Manetti, da Verdone a Moretti, da Sidney Sibilia alla Archibugi), più c’è del dramma dietro e più si ride. Campanile docet (“Visita di condoglianze”, “Dal Dentista”). Far ridere e commuovere con una storia credo sia il massimo.

Si rispecchia nella definizione campaniliana di umorista (“L'umorista tra l'altro è uno che istintivamente sente il ridicolo dei luoghi comuni e perciò è tratto a fare l'opposto di quello che fanno gli altri”)?

Certamente sono d’accordo. Il meccanismo di rimozione è fondamentale. Diciamo e facciamo spesso cose senza senso senza averne consapevolezza. L’umorista ci mette davanti ad uno specchio e ci fa ridere di noi, facendoci credere che stiamo ridendo di altri.

Concludiamo con una citazione di Campanile per metterla alla prova: “Ho sempre ammirato la disinvoltura dei cani che entrano in un salotto, in pieno ricevimento”. Come la commenterebbe se dovesse spiegarla, in poche battute, ad un platea e senza contestualizzazione?

I cani amano le cose che puzzano. La mia Palau appena vede delle feci ci si ruzzola sopra felice.
 


Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it (Fondazione di Partecipazione Arte & Cultura Città di Velletri). Si ringrazia Pino Quartullo per la disponibilità e la gentilezza.