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ultimo aggiornamento 29/05/2020

Vademecum per evitare l’imbarazzo: come visitare lo studio di un pittore secondo Campanile

Un approfondimento su "In campagna è un'altra cosa"

Rocco Della Corte



L’arte è sempre un terno al lotto. Visitare una mostra o un’esposizione assieme a chi la ha pensata, curata e concepita può comportare un vistoso imbarazzo da entrambe le parti. L’artista, infatti, con lo sguardo cerca di intuire il non detto, che a sua volta il fruitore cerca di nascondere soprattutto se poco lusinghiero. Alzi la mano chi non si è mai trovato nella situazione di dover fare buon viso a cattivo gioco nascondendo il proprio disappunto per un dono, per un quadro, per uno scritto o per una canzone di fronte all’orgoglioso autore che pende dalle nostre labbra per ottenere la “benedizione”. Achille Campanile ha pensato anche a questo, segno che uno scrittore vero non trascura le piccole ma ricorrenti insidie della vita. Nel fortunato romanzo “In campagna è un’altra cosa”, fra i più apprezzati e diffusi per la carica umoristica e la trama scorrevole, la vis espressiva campaniliana si sofferma con dovizia di particolari sulle istruzioni per una visita ragionata e lontana da fastidiosi imprevisti allo studio di un pittore. “Si comincia, di solito, a lodare sventatamente i primi quadri con superlativi; dopo qualche passo, l’incauto che s’è lanciato a cuor leggero su questa via, deve ripetersi o tentar qualche variante che, chi udisse senza vedere, farebbe credere trattarsi di un pranzo”: ecco inquadrati i luoghi comuni espressi da un’aggettivazione convenzionale, svuotata di sincerità e spesso pleonastica nelle sue ripetizioni tanto da perdere quella carica di convincimento che pure si vuole raggiungere. La proposta di Campanile, come è nel suo stile, risulta spiazzante: adoperare il metodo retorico della climax, ascendente, partendo dalla negazione per arrivare all’affermazione.

Il giovane Achille Campanile
Un concetto tutt’altro che filosofico, volto a fuggire il superlativo facile e la banalità che esso si porta dietro. Il segreto più astuto è quello di cominciare con una previdente moderazione, aggiungendo un segnale di apertura ad ogni commento. Achille Campanile fa uno specchietto valido per quattordici quadri, etichettati da un “così così” iniziale ad un solenne “soprannaturale” per l’ultimo, che concluderebbe al meglio la visita dal pittore in un crescendo studiato per il quale la definizione ultima supera sempre la penultima fomentando sempre più l’amor proprio dell’artista. L’umorismo, però, è anche e soprattutto rovesciamento e ciò che appare logico e destinato alla tranquillità può improvvisamente diventare drammatico. Quando, infatti, i quadri ammontano a somme con tre zeri, è chiaro che il campionario degli aggettivi in una scala da uno a dieci non basta e occorre considerare anche lo zero e i numeri sotto di esso. Esattamente quello che fa, senza smentire il ragionamento, il protagonista di “In campagna è un’altra cosa”: di fronte ad uno studio con cento quadri, è costretto a partire dall’infinitamente basso esordendo con un “Mi fa rivoltar lo stomaco”, riferito al primo quadro. Tale tattica mentale non è esente da rischi: Campanile, infatti, ci racconta che il suo personaggio viene stranamente cacciato in malo modo dal pittore, offeso per i commenti negativi. E dire che il malcapitato visitatore era solo arrivato a “stomachevole”. Come dire: un po’ di pazienza e i complimenti non sarebbero mancati…