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ultimo aggiornamento 25/05/2020

Intervista a Pino Imperatore: “La scrittura di Campanile un continuo, spassosissimo, surreale gioco di prestigio”

Lo scrittore e giornalista, che ha fondato un laboratorio dedicato al Maestro in quel di Napoli, ci racconta perchè ama Campanile

Rocco Della Corte



Pino Imperatore

Fra i più importanti scrittori umoristici contemporanei, Pino Imperatore ha legato il suo nome ad Achille Campanile per la fondazione di un laboratorio di scrittura teatrale umoristica a Napoli. Intervistato dall’Ufficio Stampa della “Campaniliana”, ha lodato l’iniziativa nazionale di Velletri e raccontato i suoi primi passi nel mondo della scrittura umoristica, per poi soffermarsi sul suo personale incontro letterario con gli scritti di Achille Campanile. Buona lettura!


Pino Imperatore, prima di parlare di Campanile, un paio di domande sulla sua carriera da scrittore. Quando ha capito che la scrittura umoristica poteva essere la strada ideale per la sua narrativa?



Quando nell’estate del 2001 ho vinto il premio nazionale “Massimo Troisi” per la scrittura comica. In quel momento ho preso coscienza delle mie potenzialità e mi son detto: “Cavolo, i miei testi funzionano davvero; fanno ridere non solo gli amici ma anche lettori e giudici qualificati”. È stata la svolta: da quell’estate in poi, ho orientato tutto il mio sforzo creativo verso la risata.


Far ridere è più difficile che far piangere: un’affermazione sempre più consolidata; come la spiega?



L’umorismo e la comicità si scontrano da secoli con retaggi culturali, sociali, psicologici e religiosi che tendono a mettere in un angolo le persone che ridono, e sotto una campana di vetro quelle che ridono poco o non ridono affatto. Un portatore sano di ironia e di spasso viene di solito schedato come giocherellone, burlone, pazzerello, e quindi ritenuto incontrollabile o trascurabile, se non addirittura pericoloso. Al contrario, chi mostra un atteggiamento gravoso, austero e composto viene associato alla serietà e alla rettitudine morale. Sfruttando anche inconsapevolmente questi pregiudizi, chi vuole far piangere ci riesce con poca fatica. Chi vuole far ridere, invece, deve farsi in quattro. Come razza umana siamo attratti più dal dramma che dalla commedia. Il pianto intenerisce, impietosisce, commuove; il riso, soprattutto quando è di lunga durata, disturba e fa paura.


Quando si accende, nel comporre un testo, la miccia dell’umorismo?



In me sempre, in ogni momento, in modo naturale. Mi viene spontaneo, anche quando sto descrivendo un episodio cruento o un personaggio negativo, orientare la narrazione verso l’umorismo. Basta un guizzo, uno scarto di lato, per far emergere le parole dal buio e colorarle di allegria.

Quali sono secondo lei i principali Maestri dell’umorismo, italiano e mondiale, in letteratura e teatro?

Oltre a Campanile, che per me è un “fuori quota”, metto sul podio un’altra dozzina di autori; sei sono italiani e sei stranieri. Gli italiani: Giovannino Guareschi, Marcello Marchesi, Eduardo De Filippo, Luciano De Crescenzo, Alessandro Bergonzoni e Stefano Benni. Gli stranieri: Jerome Klapka Jerome, Pelham Grenville Wodehouse, Mark Twain, Frédéric Dard, Arto Paasilinna e Woody Allen. Senza dimenticare il mio scrittore contemporaneo preferito, Joe Lansdale, che nei suoi romanzi utilizza un’ironia devastante.

Concorda con chi dice che purtroppo oggi il genere umoristico fatica a essere considerato di pari dignità rispetto ad altri canoni definiti più classici?

Concordo, ahimè. E per esperienza diretta dico: chi continua a reputarlo un genere di serie B, ha una visione limitata della letteratura, della vita, della psiche umana, e quasi sempre è una persona frustrata, scorbutica, priva di senso dell’umorismo.

Arriviamo ad Achille Campanile: lei ha fondato, a Napoli, un Laboratorio di scrittura comica e umoristica unico in Italia dedicato al Maestro. Quando è nato e cosa ha prodotto in questi anni?

È nato nella magica estate del 2001, subito dopo la mia vittoria al “Troisi”. Lo fondai a Napoli, la città che mi ha accolto da bambino e che più amo; la città più comica del mondo. Da allora il Laboratorio ha prodotto pubblicazioni, dibattiti, workshop, reading, lectio comiche, riflessioni sull’umorismo e sulla comicità. Un percorso entusiasmante. Nel 2005 riuscimmo anche a portare nella città partenopea, nella prestigiosa sede del Maschio Angioino, la mostra “Umorista sarà lei!”; un risultato ottenuto grazie alla disponibilità e all’impegno di Gaetano Campanile, Angelo Cannatà e Silvio Moretti, con i quali nacque una bella amicizia.

Quali sono le collaborazioni che ha instaurato il Laboratorio e quali i numeri (iscritti, opere messe in scena, etc.) dello stesso?



Di iscritti ne abbiamo avuti a centinaia, giovani e meno giovani; tutti con la passione per la letteratura comica e umoristica di qualità. Abbiamo realizzato molte letture teatralizzate e collaborato con associazioni, istituti scolastici, istituzioni culturali ed enti pubblici. Diffondendo ovunque buonumore.

Come ha incontrato, personalmente, la letteratura di Achille Campanile e cosa la ha colpita?

Campanile l’ho scoperto da ragazzo, mentre a Napoli bighellonavo tra le bancarelle di libri usati di Port’Alba e di Piazza Cavour. Mi incuriosì innanzitutto l’originalità dei titoli dei suoi libri: “Se la luna mi porta fortuna”, “La moglie ingenua e il marito malato”, “Giovinotti, non esageriamo!”, “L’inventore del cavallo”, “Agosto, moglie mia non ti conosco”. Cominciai a leggerlo e poi a rileggerlo, scoprendo che dietro ogni sua storia ce n’è un’altra e poi un’altra e poi un’altra ancora, all’infinito. E comprendendo che nelle sue opere la risata non implode su sé stessa, ma accende mille pensieri e riflessioni.

Nonostante il tipo di genere letterario anti-convenzionale, sono numerosi i critici che lo hanno eletto a classico del Novecento: in cosa si individua, a suo avviso, il classico in Campanile?

Nella capacità che ha avuto di trattare, a modo suo e con uno stile impeccabile, tematiche universali: l’amore, la morte, l’amicizia, il tradimento, le illusioni, la storia, l’ipocrisia, l’inventiva, il conformismo, la fallacia delle azioni umane. I suoi libri sono e resteranno sempre attuali.

Quali sono le caratteristiche della scrittura campaniliana che preferisce?

Se dovessi riassumere la sua scrittura in una sola parola, direi: spiazzante. Leggere Campanile significa trovare dietro ogni rigo una sorpresa inaspettata. Tu stai lì buono buono a seguire la trama di una sua opera, ti fai un’idea precisa di come si dipanerà la vicenda, e paf!, lui cambia improvvisamente rotta e ti trasporta da un’altra parte. La scrittura campaniliana è un continuo, spassosissimo, surreale gioco di prestigio. Prendiamo, ad esempio, il racconto “Asparagi e immortalità dell’anima”: Campanile disserta filosoficamente sulla possibile esistenza di un legame tra i due elementi (il primo materiale e l’altro no), a un certo punto ti fa credere che un rapporto (al quale tu magari non hai mai pensato) possa davvero esistere, e alla fine (doccia fredda e risata) conclude che “da qualunque parte si esamini la questione, non c’è nulla in comune fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima”. Come si fa a non amare uno scrittore così?

Se dovesse consigliare a un lettore a digiuno dell’autore un’opera di Campanile, quale titolo gli proporrebbe e perché?

Le “Tragedie in due battute”. Perché sono un condensato di genialità, talento e creatività. E perché dimostrano che per fare grande letteratura e raccontare un mondo, una storia, una condizione, bastano poche parole.

La “Campaniliana” è una rassegna di teatro e letteratura ormai attiva da quattro anni, a Velletri, con convegni, mostre, studi e dibattiti sull’opera di Campanile. Crede in queste attività di memoria e divulgazione?

Guai se rassegne del genere non ci fossero! Servono a conservare e a tramandare il patrimonio d’idee di un autore, a svelarne nuovi tratti e a farlo conoscere alle nuove generazioni. Quando nelle scuole leggo brani di Campanile, i ragazzi, e in alcuni casi i docenti, mi ringraziano per aver fatto scoprire loro un autore così straordinario e stimolante. Viva, dunque, la “Campaniliana” e tutte le iniziative dedicate al Maestro di tutti noi.

Intervista a cura di Rocco Della Corte. Si ringrazia lo scrittore Pino Imperatore per la sua cortesia.