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ultimo aggiornamento 18/07/2020

Nora Venturini e il fascino del linguaggio: “L’attore deve conservare in sé quel gusto infantile del bambino”

Intervista a cura di Rocco Della Corte




Teatro, scrittura, recitazione: le costanti della vita di Nora Venturini, regista e autrice, molto attiva sia nel campo della sceneggiatura che in quello letterario. Con una formazione universitaria già proiettata al palcoscenico, è ispirata dal teatro di Strehler e ha conosciuto Achille Campanile grazie al “Povero Piero”. Come tutti i grandi umoristi, ha sottolineato l’intervistata, il genio campaniliano viene molto citato e poco rappresentato. Tuttavia non è mai tardi per cominciare ad invertire la rotta…

Nora Venturini, una prima domanda voglio farla sulla sua attività artistica. Regista teatrale, scrittrice, sceneggiatrice: non le manca proprio nulla… quando ha iniziato a lavorare con la parola?

La parola, il linguaggio, mi hanno sempre affascinato. Fin da piccola sono stata una lettrice accanita. Poi, all’Università, mi sono laureata in letteratura Inglese, facendo però una tesi teatrale sul Re Lear messo in scena da Strehler, per unire le mie due passioni. Che poi, in fondo, non sono poi così distanti perché hanno sempre a che fare con la parola, recitata, agita, scritta o letta che sia.

Di solito quando si entra nel mondo della cultura e dello spettacolo ci sono dei maestri che ci ispirano. Lei ha avuto qualche “guida spirituale”?

Il teatro di Strehler, così raffinato ma nello stesso tempo popolare, ma anche quello di Eduardo. E nel cinema, la commedia all’Italiana, che come nel teatro di Eduardo riesce a miscelare meravigliosamente il tragico e il comico. E’ quello a cui aspiro anche io, sia nelle regie, sia nei miei romanzi gialli. Far convivere il riso e il pianto. Ho avuto la fortuna di conoscere e lavorare con Ettore Scola. Ecco, lui in questa commistione era veramente un grande maestro.

Oltre a firmare la regia di diversi spettacoli teatrali, la letteratura è una costante con ben tre romanzi negli ultimi tre anni. La tassista detective che personaggio è? Ha lo stesso intuito dell’autrice che l’ha inventata e lo stesso carattere?

Potrei dire, parafrasando Flaubert, “Debora Camilli c’est moi!”. Scherzi a parte, penso che in ogni personaggio ci sia qualcosa dell’autore che l’ha creato. Io e la mia tassista detective, per esempio, abbiamo in comune la curiosità per il genere umano, un po’ alla Miss Marple, che va a mettere il naso dove non dovrebbe, e poi, però, alla fine risolve. E poi sono istintiva e diretta, come lei. Un tratto caratteriale che può essere sia una qualità che un difetto, a seconda della situazione. Certo, Debora ha venticinque anni, e l’irruenza dell’età. Diciamo che io, col tempo, ho imparato a comportarmi...

L’ultimo lavoro in ordine cronologico è la regia del “Misantropo” di Moliere, con Valeria Solarino: una commedia che ridicolizza le convenzioni. Cosa ci può raccontare di questa esperienza?

Moliere è un autore di una modernità sconvolgente. E Alceste forse è il più attuale di tutti i suoi personaggi. Perché purtroppo l’ipocrisia, la corruzione, la vanità, l’adulazione, insomma tutto ciò che lui detesta e mette alla berlina, sono insiti nell’essere umano, e ce li ritroviamo, proprio come lui ce li racconta, ridicolizzandoli, identici e immutati nella nostra società. E poi, anche Moliere, riusciva a parlarci di temi amari e profondi, facendoci ridere.

Entriamo nel mondo del teatro: secondo lei oggi è più semplice o più difficile diventare attori?

Per quanto riguarda il teatro, sicuramente più difficile. E’ vero che c’è la televisione che, grazie alle fiction, riesce a dare lavoro a molti giovani attori, ma in teatro invece, la vera palestra per un attore, le chance sono decisamente diminuite. Non ci sono più le grandi compagnie, o le famose cooperative degli anni ’70, perciò anche la possibilità di debuttare e sperimentarsi in ruoli minori è diminuita. Io ho debuttato a diciotto anni con “Il Borghese Gentiluomo” di Moliere, per l’appunto, con la compagnia di Tino Buazelli, attore “gigantesco”. Eravamo una ventina di attori, di cui più della metà giovanissimi e neo diplomati all’Accademia. Ecco, compagnie come quelle, adesso, non se le può più permettere nessuno.

Quali sono gli ingredienti che a suo avviso fanno di un attore un bravo interprete?

Innanzitutto, come per tutte le professioni artistiche, il talento. E’ un dono, ci si nasce. Poi, però, va affinato. Con lo studio, la tecnica... E’ importante saper ascoltare, osservare, rubare dagli altri... (e queste ultime tre qualità valgono anche per lo scrittore). E poi, l’attore, deve conservare in sé quel gusto infantile del bambino, che quando gioca entra nei panni di qualcun altro, divertendosi. Ma con grande serietà.

Veniamo ad Achille Campanile: un grande classico del Novecento spesso bistrattato. Quando ha avuto modo di incontrarlo per la prima volta nella sua formazione professionale?

Campanile è un autore che viene citato moltissimo ma, purtroppo, poco rappresentato. E’ il destino, immeritato, di tutti i grandi umoristi. Come se divertire, in modo intelligente, fosse cosa da poco.... Ricordo di aver letto “Il povero Piero”, commedia divertentissima. E recentemente “Celestino e la famiglia Gentilissimi”. Ecco, per Celestino citerei ancora una volta Moliere, “Il Tartufo”, per l’esattezza. Celestino è un divertentissimo parassita, proprio come il suo avo creato da Moliere.

Il teatro umoristico ha un compito difficile, forse quello maggiormente complesso tra i vari generi teatrali. A suo avviso vi è oggi un buon umorismo nel mondo dello spettacolo?

No, purtroppo no, assolutamente. Manca proprio quell’umorismo raffinato, ironico, colto, di cui Campanile era maestro. Purtroppo è un genere molto amato nei paesi anglosassoni, meno da noi. Infatti si trova in certo teatro Inglese e, al limite, in qualche sit com.

C’è un’opera di Achille Campanile che le piacerebbe rappresentare in teatro o addirittura in tv con una sceneggiatura tratta da qualche romanzo?

Direi “Il povero Piero”. Ridere sul tema del defunto è sempre una bella sfida. Penso al film “Funeral Party”, esilarante. Ma Campanile c’era arrivato quasi un secolo prima...

Le scienze artistiche e umanistiche sono quelle che curano l’anima ma spesso si trovano in una condizione di subordinazione nelle priorità sociali. Secondo lei vi sono stati progressi rispetto al passato oppure, come dice qualche suo collega, siamo fermi?

Il periodo è sicuramente stagnante, ma io sono un’inguaribile ottimista e non mi piace stare troppo lì a rimpiangere il passato. Penso che, dopo questo periodo di innegabile crisi, ci sarà una rinascita. Certo, i nostri governanti debbono capire che la crescita culturale di un paese non è secondaria rispetto a quella economica. Semmai vanno di pari passo.

Un’ultima battuta sulla definizione enciclopedica di umorismo: “Capacità di rilevare e rappresentare il ridicolo delle cose, in quanto non implichi una posizione ostile o puramente divertita, ma l'intervento di un'intelligenza arguta e pensosa e di una profonda e spesso indulgente simpatia umana”. Come si spiega ad un attore o ad una compagnia che deve mettere in scena qualcosa di umoristico questo genere così pieno di implicazioni e allusioni?

La definizione è perfetta, ma ad una mia compagnia non lo spiegherei tanto con la teoria, quanto con i fatti. Perché scavare un testo per tirarne fuori le potenzialità umoristiche, improvvisare, trovare una soluzione comica per far arrivare un’emozione, un sentimento, e magari far ridere lo spettatore, è proprio questo, è “L’intervento di un’intelligenza arguta e pensosa”. Insomma, farei divertire, loro per primi, lavorando.



Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it. Si ringrazia Nora Venturini per la disponibilità e la gentilezza.