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ultimo aggiornamento 02/07/2020

Giulio Scarpati, fra teatro e recitazione: “Il comico e il tragico si mescolano e da questa convivenza nasce il lato umoristico della vita”

Intervista a cura di Rocco Della Corte




Un maestro di bravura e simpatia, popolarissimo sia sul palcoscenico che in televisione e al cinema. Giulio Scarpati ha iniziato da giovanissimo, ad appena dodici anni, a muovere i primi passi nel mondo della recitazione. Tanti i grandi classici interpretati, poi l’indimenticabile ruolo de “Il giudice ragazzino” che gli è valso il David di Donatello. Sul piccolo schermo tutti hanno amato il personaggio di Lele Martini, protagonista di “Un medico in famiglia”, oltre a tante altre fiction. Ma la vera passione di Giulio Scarpati è il teatro, costante della propria vita professionale. Un primo incontro con Campanile avvenne in occasione di un provino, in gioventù. Adesso, però, è pronto per mettere in scena qualche pezzo campaniliano. Del resto ironia e umorismo non sono doti che gli mancano.

Giulio Scarpati, lei ha iniziato la sua carriera in teatro con la Cooperativa Teatro G cimentandosi da subito con opere di Goldoni, Diderot e altri grandi maestri. Che ricordi ha del suo esordio sul palcoscenico? Cosa la colpisce del contatto diretto con il pubblico?

Ho debuttato in teatro addirittura a dodici anni, grazie ad una vicina di casa, che mi ha coinvolto in uno spettacolo al teatro delle Muse a Roma. Era un testo contemporaneo realizzato con una compagnia italo-argentina che mi ha fatto vivere, per la prima volta, l’esperienza delle prove (andavo alle prove e non capivo perché si fermassero a parlare per un tempo infinito a come dire una battuta: “dilla e basta!” pensavo tra me. Poi, da grande, ho capito cosa volesse dire studiare una battuta, un’intenzione) e, la prima volta, ho assaporato l’emozione del debutto sul palcoscenico e del pubblico in sala. A sedici anni ho fatto una scuola di recitazione. Il corso diretto dall’ attrice Elsa De’ Giorgi terminava con uno spettacolo su laudi umbre del duecento in cui la De’ Giorgi interpretava la Madonna ed io San Giovannino. Nell’occasione della prima ricordo di aver suggerito nell’orecchio di Elsa de’ Giorgi il suo monologo, perché se lo era completamente dimenticato. (Oggi spero che qualche collega mi ricambi il favore in caso di mio blackout). Sempre a diciotto anni sono entrato nella cooperativa teatro G. Fare spettacoli significava: contribuire realizzare le scene, cucire i costumi, fare il montaggio dello spettacolo, fare la recita e alla fine occuparsi dello smontaggio dello spettacolo. Esperienza molto utile per capire tutti i ruoli del teatro, sia tecnici che artistici. Il rapporto con il pubblico l’ho “scoperto” con la cooperativa. Mentre stavamo recitando, soprattutto negli spettacoli in piazza, è capitato che qualche bambino rubasse un oggetto di scena, e, senza scomporti, tu dovevi scendere dal palco recuperare l’oggetto rubato sempre continuando il dialogo con il collega sul palco. Un esercizio di concentrazione molto utile…

Da quel momento il suo impegno nel teatro è stato pressoché ininterrotto, anche se è stato molto presente al cinema e in televisione. Si trova più a suo agio a teatro o davanti la cinepresa, e perché?

Come avrai capito dalla risposta precedente, il teatro mi ha segnato e rimane comunque il primo amore e la costante della mia vita professionale. L’emozione dal vivo è impagabile. Ma anche la macchina da presa, il grande circo che si crea intorno ad un film, ha un fascino potente. Mi piace alternare, sono comunque piani differenti ma complementari. La televisione poi ti fa conoscere da una platea non paragonabile con il teatro e il cinema. L’affetto che ho ricevuto dal pubblico è stato tantissimo.

Fra le sue interpretazioni più intense c’è quella di Rosario Livatino… cosa la ha convinta, dal punto di vista civile e morale oltre che artistico, ad interpretare il giudice (e vinse poi il David)?

La storia del “Giudice ragazzino” è una storia pazzesca. Prima che un’occasione professionale speciale, mi sembrò allora un dovere civile raccontare la sua storia. Rosario, figlio unico, aveva rifiutato la scorta per non spaventare i genitori, aveva un mafioso vicino di casa, aveva modi gentili ma fermi, ed era animato da un profondo senso della giustizia. Il giovane giudice aveva anche la passione per il cinema. Quando lessi la sceneggiatura avevo pensato che fosse una invenzione drammaturgica; invece, quando feci visita ai genitori durante le riprese (una delle esperienze umane più forti che ho avuto) entrando nella sua camera, rimasta intatta dalla sua morte, vidi che aveva un parete intera, ordinatissima, di videocassette con film di tutti i generi. La scena della sua tragica fine, con la moto che affianca la sua auto e gli spara e lui che fugge a piedi per i campi, e poi, raggiunto dal suo assassino muore, resta per me una emozione e un ricordo fortissimo.

Veniamo all’umorismo: a suo avviso oggi c’è un teatro umoristico di qualità oppure si è sfumata la distinzione fra comico e umoristico?

Il nostro teatro oggi sembra più portato per il comico che per l’umoristico. Anche se penso che abbiamo avuto esempi come Gaber, un interprete molto convincente che ha saputo fare una sintesi efficace tra umorismo e comicità raffinata.

Tra i suoi tanti impegni c’è la scuola di teatro e di recitazione: come vede le nuove generazioni che si apprestano al palcoscenico?

Ovviamente il Covid ha bruscamente interrotto il lavoro delle scuole. Dobbiamo avere fiducia nelle nuove generazioni e non infondere nei giovani attori di oggi la convinzione che il domani sia sempre peggiore del passato.

Ha mai letto o incontrato Achille Campanile nella sua carriera? Cosa la colpisce di questo autore così innovativo?

Ricordo un provino con una compagnia che faceva proprio uno spettacolo di Campanile. Erano gli anni ‘80 e cercavano un attore per una sostituzione. Ma ero troppo giovane e forse ancora troppo acerbo per avere la leggerezza necessaria per affrontare Campanile.

C’è un’opera di Campanile in particolare che le piacerebbe mettere in scena un giorno, da regista o da attore?

Confesso che non mi è mai capitato, nessun regista me lo ha mai proposto. Ora mi farebbe piacere cimentarmi con Campanile...

Sul piano teorico, Achille Campanile diceva che l’umorismo è soggettivo e la comicità è oggettiva. Concorda con questa definizione? Secondo lei è ancora attuale?

E’ proprio così, l’umorismo è soggettivo tanto che ci capita di sorridere a battute che altri non trovano divertenti. Gli inglesi in questo tendono a contaminare di più, spargendo umorismo in un noir o anche nei gialli. Noi facciamo più fatica a pensare che l’umorismo possa essere un condimento che può essere usato anche in contesti diversi. Siamo più adatti al comico. L’umorismo ci costringe al pensiero, una battuta viene completata dal pensiero. C’è il pregiudizio che il tragico debba essere solo tragico e il comico solo comico. Ma nella vita il comico e il tragico si mescolano e spesso, da questa convivenza di opposti, nasce il lato umoristico della vita.

Nella sua esperienza televisiva è impossibile non citare il personaggio di Lele Martini: profondo, serio, responsabile ma in fondo anche molto ironico. Cosa le manca di quel set? Le chiedono ancora in molti se ci sarà un’ultima serie?

Si, sicuramente è anche ironico. Poi c’è sempre dell’umorismo in un personaggio con tanti figli e una famiglia molto incasinata. Ci divertivamo molto sul set ma eravamo anche molto seri. Non mi chiedono quando riparte “Medico”, ma sento in loro un po’ di nostalgia.

Ha lavorato anche con grandi interpreti dell’umorismo e della comicità, ad esempio Lino Banfi, Luciana Littizzetto, Nino Frassica. Che atmosfera si crea, sul set o sul palco, quando si va in scena con un passo umoristico o comico che deve quindi mirare alla risata dello spettatore?

Non c’è niente di peggio che voler far ridere a tutti i costi. Se ti aspetti la risata quella non arriva. La comicità è un dono prezioso per un attore. Con Banfi, Frassica e la Littizzetto mi sono divertito. Con Banfi però il massimo tra noi si otteneva sul versante drammatico perché lui era felice di dimostrare che era capace anche di far piangere. Ce ne siamo fatti di momenti commoventi insieme. Frassica lo trovo molto fantasioso nella sua comicità e in “Cugino e Cugino” mi sono divertito molto con lui. Con la Littizzetto, simpaticissima, in “Fuoriclasse 2” avevo la fortuna di fare la parte di un preside di scuola fuori di testa e questo mi ha aiutato molto a tirare fuori il mio versante meno conosciuto, la follia.

Un’ultima domanda che può aprire infiniti mondi: in che stato è, secondo lei, il teatro contemporaneo? Gode di buona salute oppure soffre un po’, dal punto di vista artistico?

Si punta ancora troppo poco sulla drammaturgia contemporanea. Un po’ per la paura che hanno spesso produttori e teatri di affrontare l’incognita di un testo non sperimentato. Parlare dell’oggi è complicato ma bisogna avere il coraggio di farlo. Eduardo è stato l’autore che più di altri ha saputo raccontare il nostro dopoguerra. Confido che giovani autori sappiano raccontare quello che viviamo oggi, ce ne sono di bravi in giro. Il teatro spesso arriva prima delle ricerche sociologiche e racconta con anticipo quello che avverrà.


Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it. Si ringrazia Giulio Scarpati per la disponibilità e la gentilezza.