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ultimo aggiornamento 21/06/2020

Chiara Becchimanzi, fra teatro, umorismo e comicità: “La risata necessita di un retroterra culturale comune e di apertura mentale”

Una battuta nasce dalla folgorazione!

Intervista a cura di Rocco Della Corte




Attrice, autrice, regista, stand up comédienne, romanziera, progettista culturale. Ovviamente precaria. Blatera sul palco dall'adolescenza. La sintesi della biografia di Chiara Becchimanzi, classe 1985, potrebbe già dare un’idea della sua indole artistica. Dopo l’esordio a 16 anni, non si è più fermata e nel 2019 ha esordito come scrittrice con “A ciascuno il suo”. Di Campanile apprezza l’attitudine a dissacrare tutto il precedente, tutto il contemporaneo. Una definizione davvero attuale e interessante.

Chiara Becchimanzi, una prima domanda sulla sua carriera. Qual è stata la sua prima esperienza sul palcoscenico e quali ricordi la accompagnano?

Da bambina non perdevo occasione per salire sul palco; ma la prima volta davanti a un pubblico “vero” fu a 16 anni, in doppio ruolo: ero Assunta, cameriera di casa Tolentano, e Viola, giovane guitta in dolce attesa, in "Uomo e Galantuomo", una delle commedie eduardiane più esilaranti. La scena delle prove di "Mala Nova" di Libero Borio era (ed è tuttora) un meccanismo perfetto, costruito da un drammaturgo che per l’occasione si è fatto quasi orologiaio, per quanto precisa sia la dinamica e per quanto irresistibile sia il ritmo… Ho riso ogni volta: quando lo guardavo in videocassetta, accoccolata sul divano dell'infanzia; ad ogni prova; e anche in scena faticavo a trattenere le risate – e ora, se ci penso, non posso che continuare a ridere. " 'Nserra chella porta" è uno di quegli attacchi folgoranti di cui il bagaglio di un'autrice comica dovrebbe sempre essere pieno. A rendere il ricordo ancora più dolce c’è una componente del tutto familiare: in quel “Uomo e Galantuomo” c’era anche il mio papà, nei panni del conte Tolentano. Alle mie napoletanità (che non mi hanno mai abbandonato) devo tutto: la prima palestra per il palcoscenico; il primo sguardo al mondo della drammaturgia e della teatralità; e anche la prima consapevolezza della grande dignità e dell’indiscusso valore del comico.

I generi comico e quello umoristico a suo avviso oggi sono abbastanza valorizzati nella televisione e, soprattutto, in teatro?

La comicità è specchio dei tempi: alcune cose cambiano, alcune restano immutate. Sia il teatro che la televisione hanno bisogno del comico, perché il pubblico ha bisogno di ridere; tuttavia sono pochi/e i palinsesti/le stagioni teatrali che si prendono il rischio di scommettere su una comicità o un umorismo diversi, che non siano main stream o super popolari. Questo perché la risata, per funzionare, necessita di un retroterra culturale comune, oltre che di quell’apertura mentale che ti consente di ridere di qualsiasi cosa – e spesso si preferisce “andare sul sicuro”, mantenendo un livello medio, per non deludere, scontentare, offendere, risultare incomprensibili alla stragrande maggioranza della nostra popolazione.

In merito ad Achille Campanile, quali sono i caratteri della sua produzione teatrale o narrativa che più la colpiscono?

La libertà totale dell’associazione mentale. Il gioco come raffinata tecnica creativa. La musicalità delle parole, utilizzate come tasti del pianoforte. L’attitudine a dissacrare tutto il precedente, tutto il contemporaneo.

Andiamo nella sua biblioteca: qual è il suo libro preferito e perché? C’è invece un suo libro preferito fra quelli di Achille Campanile?

Non credo di poter individuare un libro preferito. I libri per me sono come le persone importanti: nel nominarne uno soltanto mi sembra di fare un torto agli altri. Io ero una bambina cicciottella e occhialuta, secchiona per giunta: i libri hanno accompagnato e riscaldato tanti e tanti dei miei momenti, dunque ne dovrei citare almeno una decina per ogni fase della vita. Perciò andrei per generi e autori, magari: sono un'appassionata del fantasy, e credo che "La Storia Infinita" abbia contribuito a formare la mia identità creativa più di altri libri. Poi c'è l'amore incondizionato per Stephen King e Ken Follett; per Calvino e Camilleri; Murakami, De Luca, la Ferrante. Oltre ai classici di avventura e formazione: quelli li ho letti tutti, affamata com'ero di storie. Nella produzione di Campanile…beh, non saprei proprio cosa scegliere! Però ho un affetto tutto da attrice per “L’acqua minerale” e “Il Povero Piero”.

Come nasce una battuta in uno spettacolo di Chiara Becchimanzi?

Essenzialmente in tre modi. Il primo, più raro, è la “folgorazione” – accade talvolta che la battuta emerga da sola, collegata a qualche evento di attualità o a qualcosa che mi capita nella quotidianità – sono una pasticciona, attacco bottone con tutti e mi perdo a osservare cose e persone, quindi le occasioni non mancano. Allora, una volta nata, è la battuta stessa a farsi nucleo per un pezzo più ampio. Il secondo è esattamente inverso: scrivo di un argomento liberamente, articolando il pensiero così come mi viene. Poi, in maniera piuttosto metodica, cerco nel testo i punti più “deboli” dal punto di vista comico, e li condisco di battute utilizzando soprattutto le figure retoriche: metafora, ossimoro, similitudine, iperbole e paradosso sono grandi alleate per me! Dopo un po’ questo meccanismo diventa quasi automatico, e non ho più bisogno di essere meticolosa – le associazioni vengono da sé, e ad una possono seguirne altre, ed altre ancora…Il terzo modo mi è molto mancato durante il lock down: è quello che vede nascere la battuta sul palco, grazie al pubblico e alla specificità della relazione unica che si crea nell’ hic et nunc. Mi è capitato moltissime volte di “partorire” le battute direttamente in scena, durante repliche dall’atmosfera particolarmente fertile, e di tenerle poi nella scrittura definitiva.

Uno dei pregiudizi con cui si è scontrato Campanile è quello dell’etichetta di “umorista” che coincideva, fino alla riscoperta spinta anche dal gradimento del pubblico, con quella di “autore di un genere teatrale minore”. Secondo lei c’è ancora oggi un pregiudizio verso il teatro comico e umoristico oppure è finalmente superato?

Purtroppo no. Ma io ho una teoria: questa marginalità del genere ci consente una maggiore libertà e una maggiore lucidità nell’analisi critica della società, che – per me – rappresentano l’anima del lavoro comico.

Qual è il suo sogno nel cassetto?

Ne ho talmente tanti che il cassetto non li tiene più: scrivere di tutto, andare in scena in tutto il mondo, creare sempre il nuovo. Direi che il mio sogno è demolire il cassetto, tirarli fuori tutti e farli fiorire uno per uno, per quanto potrò!
 


Intervista esclusiva a cura di Rocco Della Corte – Responsabile Ufficio Stampa e Comitato Scientifico “Campaniliana” – Rassegna Nazionale di Teatro & Letteratura – www.campaniliana.it. Si ringrazia Chiara Becchimanzi per la disponibilità e la gentilezza.