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ultimo aggiornamento 11/05/2020

Il teatro è in crisi? La soluzione ce l’ha Campanile

Le riflessioni sulla sofferenza dei palcoscenici secondo Achille Campanile

Rocco Della Corte



Crisi è una parola che proviene dal latino crisis e indica una scelta, una decisione o la fase decisiva di una malattia. È forse il termine più abusato degli ultimi anni, con un’impennata decisiva nei mesi della pandemia da coronavirus che ha destabilizzato il pianeta, ma per il settore culturale rappresenta purtroppo un evergreen. Non fa eccezione il periodo di attività di Campanile, già alle prese con una situazione complicata riguardo soprattutto il teatro. Luogo bistrattato, considerato per pochi eletti, eppure fonte di salvezza e cultura con una carica empatica riservata a pochi tempi dell’arte. Proprio gli esordi da regista teatrale non furono tra i più felici per Achille Campanile. Celebre fu il caso del Teatro Manzoni di Milano, nel 1930. La rappresentazione della sua commedia “L'amore fa fare questo ed altro” provocò infatti una divisione manichea del pubblico in sala, tra i sostenitori del testo e i detrattori che ne invocavano la sospensione. Lo scrittore romano, tuttavia, non si perse mai d’animo e continuò a lavorare incessantemente per il teatro affiancando all’attività di sceneggiatore e autore quella di critico e saggista. Rimarrà nella storia la sua dissertazione riguardante la crisi, purtroppo permanente, del teatro italiano e mondiale. Non ci dormiva ed era ossessionato da questa vicenda giorno e notte, tanto da dichiarare che spesso in sogno una prosopopea della “Crisi” gli appariva implorandolo di trovare una risoluzione. “Mi sveglio e comincio a lambiccarmi il cervello per risolverla”, scrive Campanile, che poi aggiunge con una carica spiazzante di essere interessato a trovare una soluzione non per la crisi in sé ma solo perché non se ne parli più. Umorismo nella serietà, in hilaritate tristis, ma le deduzioni campaniliane sono di una lucidità estrema. Pur accennando costantemente al faceto, senza smentire il suo stile, Campanile spazia dalle necessità economiche a quelle strutturali proponendo idee che nella loro bizzarria pure paiono paradossalmente più applicabili di quelle vigenti. Così, per esempio, dichiara che si potrebbero far recitare tre compagnie contemporaneamente, con sollievo degli attori sottoposti ad uno stress molto diverso. Sulle questioni di botteghino, poi, proclama: “Invece di mettere in vendita cinque­cento biglietti a venti lire l'uno, se ne mettono in vendita mille a dieci lire l'uno, cioè due biglietti per ogni posto numerato”, una ricetta senz’altro efficace per ovviare al problema dei pochi tagliandi staccati, rimandando ad una prova di forza (a pugni) tra i contendenti che si giocano lo stesso posto la vittoria finale (quella di poter assistere allo spettacolo).

Fra lo scherzo e il serio, Achille Campanile raggiunge il suo scopo: rendere fruibile al grande pubblico una tematica che non può e non deve rimanere confinata ai soli addetti ai lavori. Inoltre, l’estrema chiarezza con cui vengono elencati problemi e paradossi, ottiene l’effetto desiderato di sensibilizzare sulla questione ponendosi il dilemma e analizzandolo per senso civico disinteressato. La soluzione, in fondo, Campanile l’ha suggerita: pensare in profondità con ironia e serietà. Proprio quello che il teatro continua a fare e proprio quello di cui abbiamo bisogno.
Rassegna Nazionale “Campaniliana”: fra gli obiettivi della manifestazione dedicata a Campanile organizzata dalla Fondazione di Partecipazione Arte & Cultura Città di Velletri c’è una grande attenzione al teatro. Il Premio Nazionale, infatti, valuta le opere inedite di genere umoristico migliori e oltre al premio in danaro offerto dalla Casa di Cura Madonna delle Grazie (€ 1500,00) contribuisce alla messa in scena dell’opera stessa con la prima nazionale al Teatro Artemisio-Volonté di Velletri. I vincitori del Premio sono stati, nelle prime tre edizioni, Francesco Brandi (2017, “Prestazione occasionale”), Adriano Bennicelli (2018, “Eden, sala danza. Domenica aperto”) e Andrea Ozza (2019, “Cinque panni che si lavano in famiglia”).