Il sito non utilizza cookies di profilazione ma solamente quelli necessari al suo buon funzionamento.
Se continui ad utilizzarlo, noi assumiamo che tu ne sia felice.
Continuo






ultimo aggiornamento 22/06/2020

Andrea Ozza (vincitore Premio Campanile 2019) fra Gassmann, De Giovanni e la necessaria distinzione fra comicità e umorismo

Intervista a cura di Rocco Della Corte




Ha vinto il Premio Nazionale Teatrale “Achille Campanile” nel 2019, la sua opera sarà rappresentata al Teatro Artemisio-Volonté durante questa edizione. Andrea Ozza, sceneggiatore, autore teatrale, è già un nome affermato nel campo della cultura e del teatro. Nato a Scorrano (Le) il 16 maggio del 1983, si è diplomato come produttore creativo e sceneggiatore. Dopo l’esperienza all’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” ha svolto tirocinio nella direzione fiction della RAI. Fra le sue esperienze lavorative, nel 2014 è fra gli sceneggiatori di Impazienti, sketch-com per Rai2 con Max Tortora ed Enrico Bertolino. Attualmente è lo Story-Editor e Supervisore delle serie tv “I bastardi di Pizzofalcone” (con Alessandro Gassmann e Carolina Crescentini) e “Il commissario Ricciardi”, tratte dagli omonimi successi editoriali di Maurizio de Giovanni, prodotte da Clemart Srl e Rai Fiction. E' sceneggiatore, inoltre, assieme a Maurizio de Giovanni e Alessandro Gassmann, del film "Il silenzio grande" prodotto da Paco Cinematografica e diretto da Alessandro Gassmann. Per il teatro è drammaturgo e regista in Musica negli occhi, prodotto da Classico Pompeiano, con Michele Placido e Federica Vincenti e l’orchestra Sinfonietta del Teatro San Carlo di Napoli; segue Solo donne sole, prodotto da “Arte in Parabita”, per la direzione artistica di Michele Placido, con Sabrina Scuccimarra, Marianna D’Ambra, Federica Vincenti e la Compagnia Teatrodanza Skenè. Con “Il Sacro Luogo del Concepimento”, vince il premio come “Miglior Attore” presso il Teatro Petrolini di Roma e “Miglior Autore” al Festival Nazionale “Culture-Vulture” 2008 diretto dal giornalista Rai Mimmo Liguoro; nel 2018 vince, inoltre, il "Premio del pubblico" presso il Nuovo Teatro San Paolo di Roma. Segue “Tramonto ad Est” vincitore del Concorso Nazionale “I Racconti del pianerottolo 2009” e inscenato dalla compagnia “Les Enfants Terribles”. E ancora, con il testo teatrale “F di Famiglia” vince la IX edizione del Premio Nazionale di Letteratura e Teatro Nicola Martucci – Città di Valenzano, patrocinato dal Consiglio dei Ministri, dalla regione Puglia e dalla provincia di Bari. Nel 2014 vince il Premio Claudia Poggiani presieduto da Franca Valeri con il testo “Il marito di mia madre” presso il Teatro Vascello di Roma.

Andrea Ozza, a quasi un anno di distanza dalla vittoria del Premio "Campanile" 2019 quali sono i progetti che hai in cantiere?

Ho scritto un film con Maurizio de Giovanni e Alessandro Gassmann, tratto dall'opera teatrale dello stesso De Giovanni "Il silenzio grande", lo produce Paco Cinematografica e le riprese dovrebbero iniziare a breve, tempi Covid-19 permettendo. Sto scrivendo, inoltre, una sit-com, dal titolo "Tutti per uno, come una volta". Amo questo genere di serie televisiva, mi sono diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia proprio con una sit-com e contro il parere di molti docenti che, pur apprezzandone la scrittura, mi ammonivano dicendo: "è un formato che in Italia non funziona, viene prodotto poco, lascia perdere o non lavorerai, dedicati al poliziesco!". Pur ringraziandoli e riconoscendo loro che avevano ragione, poiché in questi anni ho sempre lavorato a serie tv di genere giallo/crime, io non voglio arrendermi. La sit-com mi permette di raccontare a 360 gradi la società, di scandagliare i suoi vizi, i suoi difetti e di ragionarci sopra con il benestare di una risata. Prima o poi prenderà piede anche qui da noi in Italia, ne sono certo, soprattutto sulle nuove piattaforme.

"Cinque panni che si lavano in famiglia" ha riscontrato il favore della Giuria fra tantissime opere pervenute. Come descriveresti in breve questo testo? Da cosa è nata l'ispirazione che poi ti ha portato ad architettarlo per la messa in scena?

“5 PANNI CHE SI LAVANO IN FAMIGLIA” nasce come un macrotesto teatrale, strutturato in cinque atti unici a tema, che ci raccontano di quei valori fondamentali, quali il rispetto dei propri cari, la commemorazione dei defunti, l’importanza dell’unione familiare, la tutela dei figli, che mi son stati tramandati dai miei genitori e che, a mia volta, spero di poter tramandare alle future generazioni. I miei 5 panni, quindi, altro non sono che: il matrimonio, le corna, il divorzio, la malattia, l'eredità.

L'ispirazione è nata vedendo un film italiano ad episodi, "Esercizi di Stile", tratta dall'omonima opera di Raymond Queneau. Quanto erano belli quei film che non avevano paura di raccontare nella brevità, che riconoscevano il giusto respiro alle storie, che privilegiavano tanto l'unità tematica, quanto la variazione sullo stesso tema, in un gioco ludico autoriale divertente e arricchiente per lo spettatore. Chissà se ritorneranno di moda, hanno davvero fatto la storia del cinema, da Zavattini a De Sica, passando per Monicelli, Scola, Risi fino a Verdone.

Sei molto giovane ma hai già una carriera avviata e sei ben inserito nel mondo del teatro, della drammaturgia e della cultura. Quando hai conosciuto Achille Campanile?

In realtà mi sento sempre un eterno studente, perché in effetti studio sempre. Amo farlo perché l'evoluzione digitale porta con sé cambiamenti significativi sui tempi di digestione dell'immagine, sulle modalità e sulle forme di racconto e sono davvero curioso a riguardo, cerco di starne al passo come farebbe, o dovrebbe fare, uno scolaro. E' proprio grazie alla buona scuola che ho conosciuto Achille Campanile ed è stato amore a prima vista. Avevo tredici anni, pensa, ero in terza media e la bravissima docente di Italiano ce lo propose in lettura al corso pomeridiano di teatro, mettemmo in scena "150 la gallina canta". Un grande autore come Campanile è in grado di parlare sempre, a tutte le età del suo lettore, ricordo infatti che anche i miei compagni ne erano entusiasti.

Quale opera di Campanile vorresti mettere in scena e quale, invece, ti piacerebbe aver scritto e perchè?

I due desiderata convergono su uno stesso testo, ovvero "L'acqua minerale". Ma i motivi restano distinti. Vorrei metterlo in scena perché è un testo che a mio avviso spinge, per non dire costringe, regista e attore a lavorare in modo maniacale, fino all'estremo sulla parola e su come doverla restituire al pubblico. Mi spiego meglio: spesso, ahimé, a teatro, sento battute stonate, tempi sbagliati e sbrodolati, vedo gesti sporchi, entrate e uscite bruciate ecc. Un testo come "L'acqua minerale" non lascia scampo: tutto deve essere strettamente calcolato, una macchina a orologeria da rispettare al millesimo di secondo o... non funziona. Lo proporrei, a pensarci bene, in ogni scuola di Teatro che si rispetti, come esame finale del percorso di un attore. Vorrei, invece, averlo scritto, perché ammiro incredibilmente l'abilità unica di Campanile di lavorare alla polisemia del vocabolo, di creare dal nulla e con il niente quella che ritengo sia la forma più raffinata e intelligente di intrattenimento, tutta basata sull' umorismo.

Sei d'accordo con la definizione campaniliana che distingue fra 'comico' e 'umoristico'? Secondo te oggi la distinzione è ancora in essere oppure si è sfumata?

Certo che sono d'accordo, credo proprio sia indispensabile, soprattutto in questi tempi dove tutti si improvvisano "comici", ma ahimé in pochi possono definirsi umoristi. Basta aprire youtube e vedere in quanti si cimentano in sketch strappa-risata, ma quanti di questi hanno un pensiero dietro, quanti ti raccontano un qualcosa e ti spingono a una riflessione, quanti rimangono memorabili? Molto pochi. Solleticare le menti degli spettatori, ricordare loro che è bello avere una capacità critica e spronarli a darne voce è la cosa più sana e bella che si possa sperare, credo, per chiunque si cimenti a fare questo straordinario mestiere!